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5 modi per dire Joaquin Phoenix





1. John Callahan in Don't Worry, He Won't Get Far on Foot di Gus Van Sant

Don’t worry racconta di ciò che è umano. Il percorso di riabilitazione di John Callahan non diventa, quindi, di redenzione ma di conoscenza. Una sorta di lungo throwback alla ricerca di ciò che può mostrare, di ciò che ha dentro: l’ironia sottile e controversa che andrà a caratterizzare le sue irriverenti vignette. Gus Van Sant e Joaquin Phoenix, dopo il folgorante incontro per To die for (USA, 1995), tornano a lavorare insieme amalgamando un duetto che ha il gusto della filosofia più puramente nicciana: umana troppo umana.




2. Johnny Cash in Walk the Line di James Mangold

Rimaneva solo una cosa in cui Phoenix non si era cimentato: cantare. Eccolo allora in Walk the Line a omaggiare nel miglior modo possibile i testi indimenticabili del grande Johnny Cash. Più di ogni altra interpretazione, nel biopic di Mangold, Phoenix sperimenta la sua strabiliante capacita mimetica, raggiungendo un magnetismo scenico di rara fattura.




3. Freddie Quell in The Master di Paul Thomas Anderson

Nel vincitore del Leone d'argento per la miglior regia a Venezia69, Phoenix si reinventa reduce di guerra per guidare una pellicola dai sottilissimi meccanismi psicologici. L'attore americana incarna plasticamente la mente irrisolta di un uomo incapace di ristabilire un contatto con la realtà. È la interpretazione che, più delle altre, mostra e dimostra la sua capacità implosiva: del comunicare nel non-fatto.




4. Joe in You Were Never Really Here di Lynne Ramsay

Non è un caso che questa pellicola sia uno degli ultimi lavori di Phoenix prima del celebrato Joker (Todd Phillips, USA, 2019) di quest'anno. Perché è proprio dalla pesantezza di movimento mostrata nel film in concorso a Cannes70 che Phoenix sviluppa quella libertà smunta e fragile palesata in Joker. Egli diventa l'eroe scorsesiano dietro la macchina da presa di Lynne Ramsay (al suo quarto lungometraggio), trasformando la lotta di Joe in un'epica quotidiana. E, scherzo del destino, l'ultima battuta della pellicola - «A Beautiful Day» (titolo della versione italiana)- sembra giocare con «È stata solo una brutta giornata» del Joker.




5. Theodore Twombly in Her di Spike Jonze

Dopo il ruolo che l'ha lanciato del perfido Commodo ne Il Gladiatore (Ridley Scott, USA, 2000) - tralasciando la popolarità che gli sta dando la recente interpretazione in Joker -, quello dello "scrittore" Theodore è forse il più iconico. Perché Phoenix, nei contorni della "fiaba" dispotica di Jonze, si muove in completa libertà, e assieme al ruolo in Vizio di forma (Paul Thomas Anderson, USA, 2014), è quello di rilievo in cui l'attore l'ha più imbevuto di naturalismo. Nel duetto con il voice over di Scarlett Joahnsson, Phoenix recita quasi per tutto il film da solo, senza una controcampo, regalando un lungo di dialogo interiore, com'è quello con la voce di OS 1, profondamente toccante.


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