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Alla ricerca della libertà. «I predatori» di Pietro Castellitto



L'esordio di Pietro Castellitto dietro la macchina da presa de I predatori è ambizioso, ed è figlio di un genere che vede anzitutto in Dogman (Garrone, 2018) la sua ipotetica madre-matrigna. Uno dei temi cruciali, non a caso, è quello dell'isolamento, connesso geograficamente ai contorni di una periferia che, se in Dogman era rappresenatta come una fiaba dispotica, irreale, nella pellicola di Castellitto figlio diventa iper-realistica, al limite parodistico.


Altre due pellicole con cui I predatori si confronta da vicino sono La bellezza del somaro (Castellitto, 2010) e il recentissimo Favolacce. Con il primo I predatori si scambia il ruolo di tragicommedia degli errori che diventa degli orrori: questa storia che mischia continuativamente persone, pranzi, partite a pingpong, minacce, episodi esilaranti con la camera che in piano sequenza sembra quasi attratta dal personaggio che si muove più in fretta, che ha un'esigenza narrativa più evidente, ha un legame indubbio con la pellicola del padre del 2010; basti a pensare a quello che è forse il momento meglio riassuntivo de I predatori, ossia la cena per il compleanno della nonna, che ricorda il lunghissimo pranzo de La bellezza del somaro.

Con Favolacce, invece, la relazione è tematico-narrativo: anche quella di Castellitto è una fiaba di sopravvivenza e di accusa; i confini de I predatori sono però più evidenti: la riconoscibilità del luogo non è mascherato con una realtà sospesa, anzi, in tutto e per tutti i predatori del film cercano di farsi vedere, riconoscere, aiutare, in un racconto tutto antiepico, disperato.



È una pellicola arrabbiata, cinica, generazionale; spesso però resta impantanata nell'intenzione di voler sottolineare le sue dicotomie: figlio-genitori, film-film, popolo-intellettuale. E questo è forse il vizio dell'esordio: moltissime idee che se da un lato randomizzano la trama, dall'altro forse la fanno esplodere, un po' come la bomba sulla tomba di Nietzsche. Tuttavia, I predatori resta un esordio folgorante, inaspettato, che sa stupire e infiltrarsi nella nostra società liquida, raccontando la miopia del nostro inossidabile tempo presente, aizzandone i mostri e flirtando con la ricerca del primordiale - il senso di libertà -, a partire da un escamotage umanissimo: la menzogna.



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