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«Bohemian Rhapsody»: cosa si può dire ancora?

Aggiornato il: mag 23



Dalla sua data d’uscita, di Bohemian Rhapsody si è parlato e scritto tantissimo. Ma cosa si può ancora dire sul film campione di incassi al botteghino italiano a quattro mesi di distanza dalla sua distribuzione?

Anzitutto – per esempio – va sottolineato come la pellicola sia ancora proiettata in moltissime sale in tutto il nostro paese. A testimonianza dell’incredibile successo di pubblico che Bohemian Rhapsody ha ricevuto (non solo in Italia, ma in tutto il mondo), ben oltre le più rosee aspettative – solo A Star Is Born, da questo punto di vistaè riuscito a tenergli testa quest’anno. Perché se da un lato era manifesto che il fascino intramontabile dei Queen avrebbe ancora una volta risvegliato l’amore dei migliaia (e migliaia) di fans, dall’altro, il travagliato iter di produzione che ha accompagnato la lavorazione della pellicola – come il cambio in corsa di regista – poneva dei macroscopici interrogativi circa la reale riuscita del progetto.


La considerazione immediatamente successiva è presto detta: l’indubbio – e forse inevitabile – elemento di forza della pellicola è la musica della band inglese. Questa viene confezionata in un montaggio e missaggio sonoro perfetto – di John Casali, Tim Cavagin, Nina Hartstone, Paul Massey e John Warhurst, freschi vincitori di un BAFTA nella categoria -, che rende giustizia a ogni singolo intermezzo musicale, custodendo tutta la disarmante potenza della musica dei Queen, uno dei pochi gruppi della storia in grado di mettere d’accordo i gusti musicali di gran parte del pianeta.


Ma quindi: Bohemian Rhapsody è un bel film? Rispondere è realmente difficile, appunto per quanto detto fin’ora. Perché se per immergersi in un’analisi tecnica del film è essenziale allontanare l’empatia e il coinvolgimento della (e dalla) musica, è anche vero che farlo completamente è impossibile (e, forse, finanche sbagliato).


Rami Malek

A livello tecnico, il vigore della pellicola risiede nel principio cardine del linguaggio cinematografico moderno: il montaggio. John Ottamn – candidato ai prossimi premi Oscar – fornisce a Bohemian Rhapsody un ritmo martellante, che seziona, ingrandisce, agita, sfuma, da lontano e da vicino, sempre veicolatore dell’esigenza espressiva degli attori, catturandoli sia in primissimi piani, che nei frequenti campi lunghi delle scene dei concerti – emblematica, a riguardo, la scena iniziale che segue Mercury fino sul palco del Live Aid. Accanto alle scelte di Ottamn, c’è uno straordinario Rami Malek, che per la sua interpretazione di Freddie Mercury ha già conquistato BAFTA, Screen Actor Guild Award, Satellite Award, Golden Globe, ed è il favorito numero uno per portarsi a casa l’Oscar per il miglior attore protagonista il prossimo 24 febbraio a Los Angeles. Malek, invero, regala un “personificazione” del frontman dei Queen al limite del mimetismo assoluto, non rischiando mai di cadere in qualche incertezza fastidiosamente caricaturale.

Tuttavia, il biopic, forse anche a causa del passaggio di testimone tra i due registi Bryan Singer e Dexter Fletcher (non accreditato) di cui si accennava all’inizio, traballa dal punto di vista registico e narrativo. O meglio: la sceneggiatura non riesce a elicitare una chiara focalizzazione della trama, sprofondando in una volontà narrativa onnisciente in realtà vittima delle molteplici pulsioni corrosive proprie della “vera” storia. Che meritava un’attenzione diversa, non tanto per gli evidenti – e talvolta incomprensibili – stravolgimenti cronologici (come la scelta di anticipare di due anni la diagnosi della malattia di Mercury), quanto per l’atmosfera di inaccuratezza che pervade la struttura della pellicola (a eccezione della performance di Malek). La regia, parallelamente, verifica quest’incertezza generale, rivelandosi insipida, manchevole e discontinua, quando, invece, avrebbe potuto valorizzare una storia già di per sé memorabile, in una messinscena immortale.


Freddie Mercury - Rami Malek

Ecco, pertanto, come in un’annata in cui fra gli altri candidati a Miglior film agli Oscar 2019 risultino pellicole (e mirabili prove registiche) come Roma e La Favorita (padrone assolute dei BAFTA qualche sera fa) la strada per eguagliare l'inaspettata vittoria ottenuta ai Golden Globe (Miglior film drammatico) sembra davvero impervia. Ma chissà che il successo di pubblico non dica l’ultima parola. 




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