• Possibilia

Capita che il mondo sia Blu



Capita che quando sono stanco mi perdo nei dettagli testardi. Capita che io non l’abbia mai detto a nessuno. Capita di lanciare una parola e qualcuno la raccoglie.


Capita che prima del Cortile delle Statue mi fermi un vecchio. La barba a ciuffi è sporca. Mi chiede come mi chiamo e cosa studio. Dice che abita oltre l’Arco di Costantino. Basta prendere il Sei e sono arrivato a casa sua. Dice di andarlo a trovare perché gli piacerebbe parlare.

Capita che mi confonda nelle città, come mi perdo nelle persone. Capita di guardare Milano di notte. Una ragazza di cui dicono tante cose. Ma lei sorride, il punto luce sui denti brilla. Poi c’è l’orecchino sul naso e lo smalto scuro. Le spalle strette, il mento impostato, i fianchi dolci. Parla di lucertole mentre la fontana scorre. Da qualche parte nell’aria c’è della polvere. Che la bellezza sia toccare con cura? Capita che le cose accadano nei tram, sedute dalla parte opposta. Lui le dice:

- facciamo un gioco

- che gioco?

- tu mi racconti qualcosa di te e io ti dico qualcosa di me


Capita che i panni restino nel cesto della lavatrice fino al mattino. Quando li stendo, soffio lontano la pellicola della dose a doppia azione. Con le labbra affetto un bucaneve e mi riempio del profumo dell’ammorbidente; la mia dirimpettaia ha gli slip gialli e la canottiera bianca. Mi saluta mentre sospiro una Winston Blue. L’amore è il mondo più semplice che riesco a pensare.


Capita di restare sveglio, perché ho paura di sognare. Di camminare tra i Fori Imperiali e riconoscere la tua voce raccontare le cartine geografiche dell’antica Roma. Capita di stingermi le mani pensando che una sia la tua.

Capitano gli uomini stesi a terra nel freddo e nel caldo. Che guardano la tua letteratura e ti chiedono se si può mangiare. Capita che non si possa più scrivere. Le parole si fermano.


Capita che i giorni siano persone. La mattina è la fronte ampia che tenti di rimpicciolire, mentre le intenzioni scorrono veloci, incontrollabili. Il pranzo è buffo, perché mi manchi, ma non centri niente; capita poco dopo, quando il sonno lasciato da parte mostra le impronte sul volto. Provo a resistere e mi stendo al sole. Mi compiaccio del calore che pervade il corpo, sudo, scotto: non riesco a credere che la felicità possa fare male.


La gente respira. A nord, capita che in metropolitana l’alito si posi sui vestiti. L’Evening Standard è sotto le ascelle o sulle ginocchia. Una piuma. Il treno scuote l’equilibrio. Scosse nelle gambe, di continuo. Le porte si chiudono precedute da un’allarme, e un voce urla: Train is ready to depart. Capita che il mondo si concentri in un punto. Capitano scale mobili, tunnel obliqui. L’aria fredda fluisce più in fretta e penetra fra i buchi dei maglioni. Le gambe scattano, i pantaloni sfregano gli elettroni, le suole premono il pavimento instabile, la luce nell’arco di volo - un capello fra le labbra.

La statua di Holmes dovrebbe guardarti; i Cab sfrecciano e suonano il clacson perché i semafori del grande incrocio sono troppo lenti; il palazzo grigio scuro e l’andirivieni di studenti bianchi neri e gialli che sembra un arcobaleno di possibilità: Westiminster Business School, che nome importante. Le strisce pedonali sono oltre le deboli impalcature dei muratori. Il suono del trapano è insistente. Marylebone Street è così grande. E il mondo torna a concentrarsi nello sputo di un marinaio - l’emozione si schianta e si schiaccia e si appiccica: eccola la vita che ci ammala.

Capita un autobus in Baker Street, che risale Londra come un serpente striscia sotto le foglie secche. Ferma davanti allo Zoo. Le strisce pedonali scolorite, la cabina telefonica all’angolo. I lampioni, in fila. L’odore dell’erba è liquido e appiccicoso. Ecco, che capiti in cima a Primerose Hill e non sapevi nemmeno esistesse. Forse ti siedi, perché è sera e le cose tendono a cadere. Il cielo è Blu. Elettrico. E piano sfumerà verso la notte come una carezza. Tra le mani, ti capita il telefono. Rubrica. Chiami. Londra è il dito che cuce i fili dei grattaceli.


Squilla.

Numero sconosciuto. Rispondo? Rispondo.

Sono pronto, ora dico tutto.

- che c’è?

- stiamo in silenzio assieme?

- che gioco è?


Capita che tutte le storie siano inventate, e tutte sono uguali. Restano - in silenzio - solo i nomi a dirci chi siamo. Io e te. Chiunque tu sia.

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