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Cocci di paure e di spaghetti

Aggiornato il: 13 ott 2019


Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? , di Paul Gauguin

Il mondo bolle. È una settimana che dimentico di comprare il sale grosso. Vivo di quello che trovo. Il cinema era pieno, ma nei multisala c’è troppa gente che parla. Non ho cenato, ho il treno fra mezz’ora. Il marciapiede brilla di sigarette. È meglio che non fumi, il dente chi lo sente poi. L’S13 è alle 23.35 dal binario numero due sotterraneo. Porta Garibaldi sembra marmo gentile. Alle medie mi hanno insegnato che passare sotto porta sfortuna. L’ultimo anno non avevo più i capelli rasati a zero, i bei voti erano in tasca mentre i peli iniziavano a crescere dove non avrei mai pensato. C’è chi dice che entro i diciotto anni si conoscono già tutte le persone più importanti della tua vita. La mia è qui, un po’ sporca, sotto le mie scarpe bagnate al mattino, quando non penso che di notte la pioggia possa investire quello che dimentico in terrazzo. Fino alla seconda superiore mi piacevano le frasi lunghe. Ho scopato presto perché mi hanno dentro che prima lo facevi prima eri un uomo vero. Vorrei il panino con il crudo, la rucola e la mozzarella. La ragazza al tavolo guarda la maionese che ho sparso sul tavolo. Ha tanti punti sul viso e le unghie tagliate. Quelle dell’uomo che scrive al computer sono grosse. Per fare il buco anche all’orecchio destro dovrei riparare la cicatrice che ho dall’operazione. La ragazza ha due pendenti a cubetti d’oro. Io sulla lampada in camera ne ho uno a mezzaluna che dondola quando scrivo troppo forte. Lo schermo dell’iPhone si illumina, un vocale, diciotto secondi per un’emozione. Gli occhi sono quelli dell’oceano pacifico sul mio piccolo mappamondo.


Forse è per strada che mi accorgo che sono nato per sbaglio nello sguardo di una ferita che ho trasformato in una battuta sempre uguale. Voglio stare chiuso in una stanza e ballare davanti allo specchio e chiedermi quante volte sono riuscito a non vomitare mentre tornavo a casa cercando di dimenticare perché lo facevo. La notte è una delle sorelle della solitudine. La danza è l’intenzione di mischiare la fragilità alla certezza: tieni ferme quella braccia. Sei proprio finocchio, hanno detto. Ora stanno zitti e c’è chi dorme in un letto steso a terra come l’ala di una barca rotta e la polvere nelle coperte che sanno di quello che non si dice. Perché ho paura del brivido che esplode nel contorno di una bottiglia di plastica molto piccola che sussurra, non pensare troppo al tempo. Mentre cucini quando è mattina e fuori è buio e dentro è caldo e lentamente non c’è più niente. Conta quello che riesci a stringere in un pungo. Mio zio diceva che la mano batte il sasso perché le cose forti non vincono mai.


Sarò a casa poco prima dell’una, quando il computer dice che sono la matricola 449749. Mangio il sugo di pomodoro della nonna quasi quattro volte alla settimana e dimentico sempre l’acchiappacolori nella lavatrice quando la mattina sale l’odore di aglio dall’appartamento sotto il mio e tu non dici niente mentre la musica va vanti e tocco il tuo corpo nudo. Ma c’è tutto nello spazio tra un niente e l’altro.


Ho scoperto che le mie paure trovano le tue in un piatto di spaghetti. Sciapi, perché mi hai preso la mano quando ho imparato a restare fermo.

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