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Come «Cuori puri» di Roberto De Paolis insegna il silenzio

Aggiornato il: mag 23



Presentato nella sezione parallela Quinzaine des Réalisateurs a quella ufficiale del Festival di Cannes 2017, Cuori puri è la storia di due ragazzi che imparano ad amarsi. Opera prima del regista romano Roberto De Paolis, la pellicola è una silenziosa fucilata al petto in ogni passaggio del racconto che porta Agnese (Selene Caramazza) a incontrare Stefano (Simone Liberati). Il film percorre parallelo i due mondi: quello della ragazza, spinta dalla madre ad appartenere alla comunità religiosa che dà il nome alla storia, ossia un movimento cattolico che ha come obiettivo quello di preservare la castità (“purezza”) delle giovani coppie che vi appartengono fino al matrimonio sottoscrivendo un vero e proprio contratto (secondo quanto riportato dal portale web curipuri.it le iscrizioni contano più di un migliaio di adesioni); quella di Stefano, ragazzo cresciuto nella rabbiosa periferia romana, che si guadagna da vivere lavorando come custode di un parcheggio vicino a un capo Rom.

Cuori puri, nella frenesia dei giorni nostri, si rivela un film profondamente necessario, illuminante anzitutto per la capacità con cui restituisce - non solo nella crescita dell’amore tra Agnese e Stefano - la bellezza del silenzio come elemento indispensabile per la condivisione, e quindi, di conseguenza, anche per il cinema. La pellicola di De Paolis ricorre una abisso sensoriale prezioso, che si avviluppa plasticamente al racconto e ne anestetizza le tematiche: in Cuori puri gli argomenti non sono trattati come tali, ma come semplici caratteristiche. Come se il rumore del mondo circostante si ovattasse dietro a una camera da presa interessata solo a rubare il senso dell’amore fra due essere umani apparentemente inconciliabili; Agnese e Stefano non si completano ne si sovrappongono, corrono l’uno a fianco dell’altro, anche quando sembrano rincorrersi.


Selene Caramazza e Simone Liberati

Il silenzio è finanche protagonista della scena chiave della pellicola, in cui la coercizione religiosa esplode e la voglia erotica di Agnese implode in una sequenza franta da continui spostamenti di camera che ne sottolineano l’incedere incalzante e inaspettato, quasi come se la ruvidezza di Stefano rompesse la purezza di Angese. Eppure tanto è il senso di colpa che l’educazione materna ha nascosto nella ragazza, che quest’ultima finisce per confessare alla polizia che la trova mentre vaga per le strade della periferia romana di essere stata stuprata. Ma è sempre nel silenzio del suo animo che Agnese trova il coraggio per farsi capire da Stefano: “non voglio perderti”. È lui, più di ogni altro, il vero “cuore puro” della storia.


Cuori puri mostra senza parlare, animato da una sceneggiatura minima ma non minimalista che rimette al centro ciò che è ancor più importante della parola nel cinema: De Paolis risintonizza le frequenze del cinema italiano sulla centralità del corpo, che ha come prima strumento di interazione proprio il silenzio. Soltanto nelle sequenza sulle spiagge di Ostia, il mare si permette di rompere la bolla tra tra Agnese e Stefano, come a suggerire che quello che cantava Mina era vero: “Ti accorgi che il silenzio ha il volte delle cose che hai perduto”, e che, sembra rispondere Cuori puri, soltanto il mare, nel suo senso totalizzante, è capace di restituire.


Da un lato la pellicola sconvolge per la sua intimità, dall’altro induce una riflessione che va ben oltre quella sul fenomeno religioso da cui muove l’intreccio: quanto il non detto è la parola della vita? Nel silenzio della risacca Stefano si chiede lo stesso, mente i chicchi di sabbia si spalmano sulla pelle bianca che Agnese si è depilata di nascosto.




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