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Come «Salvare le ossa»


The lake, Petworth, Sunset - Turner

«Salvare le ossa» di Jesmyn Ward (in foto) - unica donna ad aver vinto due volte il National Book Award - è l'ultima storia in cui mi sono intrufolato - neanche troppo di nascosto. Ho aperto la finestra su Bois Sauvage - una cittadina fittizia vicino al delta del Mississippi - e ne sono uscito spettinato. Dopo un uragano di sentimenti.


A Katrina - l'uragano quello vero - mancano undici giorni, ma nella Fossa sembra che a nessuno interessi più di tanto. Ognuno si occupa delle cose a cui tiene di più. Skeetah a China - la sua cagna -; Esch al suo futuro; Randall al campus di basket estivo. Il tifone è l'ultimo dei loro pensieri. Ma per qualche strano motivo, sarà rivelatore.

I giorni si susseguono un po' come Esch prova a «strofinare [...] via l'amore per Manny». Si volta pagina. La mano stropiccia l'occhio. L'immagine è offuscata; poi i contorni del paesaggio selvaggio si distinguono nitidamente. La casa che crolla a pezzi. Il padre sempre ubriaco. Il suo trattore. E l'uragano imminente. Ancora l'uragano.


Jesmyn Ward

In ogni spaccato della vita quotidiana dei fratelli risuona della malinconia. Di cui l'autrice non parla, ma ne plasma il ritmo. Come il foglio fosse un vaso, e la penna le sue mani nell'argilla.

Il loro movimento è più ostinato, più dettagliato, più accurato degli altri. La scena del parto di China con cui si apre il libro ricorda per dovizia di particolari e similitudini, quella della giovenca nel «Canto della Pianura» di Kent Haruf. La spinta. Il sangue. I cuccioli. La sofferenza. Ma quel linguaggio quasi dismesso e povero che caratterizza la narrazione degli ultimi tempi - e che interessa anche Haruf - in Jesmyn Ward non fa capolino. Quel "pauperismo letterario" tipico della letteratura americana contemporanea, fa posto ad una prosa estremamente energica. Rude; crudele; che mangia fino all'osso la storia che racconta. D'altronde «Sono i corpi a raccontare le storie».

La Ward riflette sul ruolo della letteratura. E ne sottolinea la componente più umana - fonde vita e racconto. Non c'è distinzione.


«Salvare le ossa» sono 313 pagine di vita purissima. In cui le parole si appicciano alla tela del pittore quasi sudate. Sono lì perché non potrebbero essere altrove. Il loro significato è semplice. Naturale. Come a Esch sono sempre venute naturali due cose: correre, e il sesso. Perché è ciò che sappiamo fare che determina chi siamo. Le risposte esistenziali sono riservate a chi non parla. O a chi non capisce la nostra lingua - China.


«Come se da un momento all’altro lei potesse parlare, come se fosse sicuro che prima o poi accadrà, e allora lei gli dirà tutte le risposte alle domande che si è sempre fatto»

I giorni passano, è vero. Ma la storia, più che progredire, va all'indietro. L'uragano deve arrivare, ma c'è anche già stato. Mentre la madre che è morta, non può tornare. Così si gioca sui ricordi. Ma Esch non ne ha nemmeno uno. Non riesce proprio a ricordare quali siano state le ultime parole che le ha detto. Eppure, per uno strano gioco del destino, ora è lei che sta per essere madre. Lo nasconde. Ma l'uragano rompe il velo. Lo rivela. Katrina spacca l'ordine del tempo e lo sovverte.


«All’improvviso c’è una spaccatura enorme tra prima e adesso, e mi chiedo dov’è andato a finire il mondo in cui è successo tutto questo, perché noi non viviamo più in quel mondo»



Il mondo è cambiato. Cioè è lo stesso. Ma c'è un prima e un dopo l'uragano. Come se Katrina potesse rappresentare l'occhio della madre su Esch, Skeetah, Randall e Junior. Dopo un uragano si è costretti a vivere. È l'unica soluzione. «La vita è dura per tutti».


Il tifone li scopre uniti. Fratelli e figli. «C’è una linea che ci unisce tutti, come una corda che attraversa il campo e ci lega l’un l’altro […]» dice sottovoce Esch. E questo legame darà un senso al titolo dell'ultimo giorno. Il dodicesimo - quello dopo Katrina. «Vivi». Il momento in cui ho pensato ai paesaggi di Turner. Quelli pacati. Dolci e sensuali, della fine della tempesta. Dove c'è pace, perché c'è un nuovo inizio. E il passato non sembra avere importanza.



Così questo primo capitolo della trilogia di Bois Sauvage - che NN Editore pubblicherà in Italia -, ci allatta come cuccioli; nutre la nostra umana crudezza; sporca un po' il nostro animo e poi lo redime. L'acqua di Katrina lo sciacqua. La regola di Cechov è rispettata: in «Salvare le ossa» la pistola spara. L'uragano spara. Ed è questa sofferenza che rinvigorisce l'affetto e trasforma l'amore in baluardo. «[…] Randall era il mio scudo, il mio manto caldo, mio fratello».


Per tutto il tempo, - quello che va avanti; quello che va indietro; quello che si sposta di lato - non ho potuto fare a meno di pensare a quale tipo di farfalle volino a Bois Sauvage. Quasi certamente è inutile. Ma dopo aver avuto Katrina alle spalle ho disegnato il volo di quelle farfalle. E ho capito perché ci pensavo. Forse è questo che voleva Jesmyn Ward: spiegare come dal tessuto bavoso di un baco da seta nasca - sottovoce - il battito di una farfalla. Tra Medea e Giasone. Tra mito e realtà. All'improvviso. Cielo e terra fondono il loro respiro. Così:


«Il cielo era così vicino che mi sembrava di poterlo toccare e affondarci dentro il braccio»

L'attesa dell'urgano rompe il limite del confine. Esch, Skeetah, Randall e Junior rimangono esattamente dov'erano. Sketah cerca China. Esch ascolta il suo bambino. Junior e Randall badano al resto. La vita rimbalza tra ciò che non è, e ciò che sarà. Bisogna salvare le ossa. La natura è regina.

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