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La storia di un doganiere. «Cosa diremo agli angeli», di Franco Stelzer


Jump, Costa Dvorezky

Siedo su una poltrona molto fine. Grigia. Le vetrate enormi dell'aeroporto si fondono col sole del mattino. Ho le gambe incrociate sotto la gonna di tela a quadri neri e bianchi. Sto per lasciarmi Parigi alle spalle. La vedrò scorrere sotto i piedi. C'è sempre il tempo di tornare a casa - qualcuno aspetta. Il tuo mondo; il tuo posto nel mondo.

L'aeroporto è un catino di sopravvivenza e odori, in cui raccolgo il tempo con la punta delle mie unghie smaltate. Brillano nei primi segni del tramonto. Sarò a casa quando la terra avrà già cambiato giorno. La mano destra sorregge tremolante Cosa diremo agli angeli. Gli angeli, ripeto e sbuffo. Sempre a chiedere di voi.


La realtà dice che riposa silenzioso. Ho chiuso la storia del doganiere il mattino del giorno prima, seduta sul tavolo del Café Diane nel Parco delle Tuileries. Tenevo le gambe come ora - il cappuccino (con troppo caffè) prima della fila delle statue di Rodin. Cosa diremo agli angeli mi ha fatto inciapare in una storia. Casuale. Opportuna. «Senza nemmeno accorgermene, mi ritrovo in mano una storia» (Cosa diremo agli angeli, Einaudi, pag. 7). Che io dirigo nei contorni di questo stesso aeroporto - affollato, com'è affollato il cuore del doganiere di Stelzer (e forse anche il suo). Ma come non mai, il rumore della confusione perpetua dimostra che la solitudine cresce dalla sovrapposizione di più voci. Non si capisce più niente, direbbe mio nonno. Esatto. E allora, cosa diremo agli angeli? «Racconteremo che non abbiamo mai capito chi sia siamo veramente. Che abbiamo costruito una vita intera senza mai entrarvi dentro del tutto. Senza mai capire che parte vi avessimo. Che abbiamo recitato un ruolo, o più ruoli, senza mai chiederci che cosa volessimo. [...] Guardare per non vivere veramente. Essere a un passo dal vivere. Vivere per interposta persona. Vivere solo guardando. È questo - quello che abbiamo fatto» (Ibidem, pag. 63).




L'aeroporto di Charles de Gaulle offre vite in attesa. Staccate, improvvisate, rotte. Nuda - la mia pelle oltre la gonna. Ma non c'è vento, non ho paura di scoprire quello che gli angeli già sanno. Questo, «Diremo agli angeli che le cose più importanti della nostra vita le abbiamo vissute in momenti secondari» (Ibidem, pag. 47). Le rughe nel petto; i capelli sgonfi di mia madre; la cicatrice nel lobo dell'orecchio di mio fratello. Briciole di cose vissute, che tracciano la possibile storia del passato. Ma quando si pensa al passato, non ci si può che fare la stessa domanda che apre Cosa diremo agli angeli: E se stessi facendo tutto

questo solo per lei?



Per chi, tra gli angeli, mi guarda. Per chi ora mi è di fronte e sussurra la sua mancanza. Persone, figlie di un libro. Quelle che incanta il doganiere. Che riceve passaporti - libri. Che partono - c'è perfino chi ha paura. Si sa: «Cercano tutti di salvare le cose a ogni costo quando cadono» (Ibidem, pag. 79).

Ormai è sera. Ma l'aereo delle 21.30 è in ritardo. Vite in attesa - ancora. Quelle di Eliot. Che vincono un presente estremamente lungo. Il conto, per favore. La cameriera mi ricorda i soldi che le devo. Un panino e un caffè. Il conto, gli angeli, ma che differenza c'è?

Nella parola. Nel racconto. Come dice Stelzer, «Se uno racconta, qualcosa finisce sempre col cambiare» (Ibidem, pag. 112). È un viaggio. Che sia ritorno o partenza - serve una buona colonna sonora. Eccola: riproduzione: Not about Angels, Birdy.


L'altoparlante chiama il volo 334 easyJet. Collego le valige e mi dirigo al Gate 27. Sono in fila - in attesa per l'ennesima volta. La vita è questa, quella di un doganiere divorziato, che si tuffa nelle maschere di chi esamina - «E pensa, silenzioso, che a volte vivere è anche questa cosa complicata. Desiderare di essere dove, in realtà, non si vorrebbe essere. E, nel farlo, essere quasi felici» (Ibidem, pag. 69).


Nello sguardo del mio doganiere cerco la felicità secondaria. Di un passaggio. Due mani che si incontrano nell'improbabile giro del mondo. Lo guardo. Un secondo.

Imprevisto: nascosto sotto il bancone, c'è un copia immacolata de Les Fleures du Mal. La sua poesia:


Una sera fatta di rosa e di mistico azzurro, ci scambieremo un unico bagliore, come un lungo singhiozzo, grave d’addii; e un Angelo più tardi, schiudendo le porte, lieto e fedele verrà a ravvivare gli specchi offuscati e le fiamme morte.

(Gli amanti, vv. 9-14)


Volo, ma non li incontro. Non invecchio. «Le foglie muoiono di continuo e non riescono a invecchiare» (Cosa diremo agli angeli, Einaudi, pag. 49).

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