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Cosa sarebbe successo se? «Hollywood» di Ryan Murphy

Aggiornato il: mag 23



Hollywood è un prodotto da non perdere, non solo per gli amanti occasionali della settima arte, ma anche per gli addetti ai lavori. Ritmo elevato, virtuosismi nascosti, colori pieni e opachi, battute ficcanti sono solo alcuni degli ingredienti fondanti su cui l'intuizione della trama trova il miglior terreno per fiorire. Invero, la scelta di innestare una narrazione del tutto fittizia tra le fila di quelli che furono gli anni d'oro di Hollywood nel secondo dopoguerra si rivela azzeccatissima. Così, i binari paralleli che percorre Hollywood si confondono, regalando una linea narrativa che, nonostante il prevedibile (e giustificato) epilogo hollywoodiano, resta sempre incisiva, nella sua densa stratificazione significativa: fittizio e reale si mescolano, giocando a dadi con quello che non è stato e, forse, non è ancora.


La sceneggiatura solida e stratifica nella sua doppia indagine - fittizia e reale - è una delle grandezze di Hollywood; in tutti i suoi aspetti: dalla secca elisone del superfluo all'incessante ritmo dialogico che detta i tempi degli stacchi della camera. Nella sua intelligente circolarità, la sceneggiatura di Hollywood aggredisce un argomento notissimo e, nonostante ciò, riesce a plasmarlo in qualcosa che, neanche a dirlo, pare nuovo. Insomma, Ryan Murphy e Ian Brennan assecondano plasticamente le esigenze della narrazione controffatuale, guardando il presente dal passato e viceversa.


Hollywood, a differenza di molte serie tv recenti, in cui c'è (spesso) un grande nome a richiamare l'attenzione, è, quasi per vocazione, una narrazione corale. Invero, la diversificata cromatura di personaggi che fuoriescono dalla sceneggiatura trova sempre ragion d'essere. Ogni personaggio è perno di un impalcatura narrativa davvero pregevole: nel concreto, la scelta di affiancare e intrecciare personaggi realmente esistiti e altri fittizi era tutt'altro che semplice. Ma Hollywood trova nella sua coralità una tensione narrativa ed emotiva magnetica, dall'empatia rigorosa di Dick Samuels interpretato da Joe Mantello, all'appassionata interpretazione di Avis Amberg della leggenda di Broadway Patti LuPone.



Ogni dream team ha il suo fuoriclasse tra i fuoriclasse. Nel caso di Hollywood si tratta di Jim Parson, a cui Murphy affida il ruolo dell'agente delle star Henry Wilson; nella coralità della serie, senza dubbio il ruolo più complesso. Invero, se il resto dei personaggi (sia reali che fittizi) coinvolge sin da subito a livello empatico, Wilson è il vero "villain" della serie. Tuttavia, la sua interpretazione schizofrenica, istrionica lo rende comunque amabile, nella sua apparente assenza di valori e scrupolo. In questo senso, la sua redenzione finale, in cui invece che carnefice dei giovani attori si scopre egli stesso vittima della visione che all'epoca (e ancora troppo spesso anche oggi) si aveva dell'omessualità - ovvero come una distorsione del sentimento, una perversione malata - è indubbiamente uno dei momenti cruciali in cui Hollywood rivela uno dei suoi messaggi: il vero perdono è esente dal pentimento.


L'architettura di Hollywood è una strabiliante armonia, spesso musicale, attorno alla domanda delle domande: "cosa sarebbe successo se?" Ryan Murphy ha indovinato una serie tecnicamente impeccabile in cui il tempo si annulla: se da un lato Hollywood rappresenta la speranza che ha animato (ma è mancata) il passato, dall'altro è una bellissima preghiera per il presente, sotto molti aspetti ancora troppo lontana da quell'ossimoro che Murphy tratteggia nel dopoguerra: un'utopia che, oggigiorno, pare impossibile non sia ancora realizzata appieno. 




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