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«Cuori puri», la corsa del silenzio

Aggiornato il: 17 giu 2018


Summer Interior, Edward Hopper

È la corsa per qualcosa. Per rubare pezzi di vita e libertà. O per conquistarli - tra le mure di un parcheggio nella periferia di Roma, mentre i ragazzini di dodici anni chiedono la droga sotto le case popolari; i rom dormono sul cemento di parchi e zone dismesse abbandonate alla paura, e alcune famiglie vivono in camper perché non posso pagare l'affitto.

Cuori puri - film del 2017 selezionato la Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes - è la corsa di Agnese verso se stessa e il suo corpo. Dall'altro lato del mondo corre Stefano, che cerca di fermare chi gli sta rubando la vita.


Ho visto la pellicola di Roberto De Paolis - candidato come miglior regista esordiente agli ultimi David - per puro caso l'altra sera, cercando il modo di guardare oltre la mia giornata. E al di là della siepe ho trovato questa piccola goccia di bellezza, del tutto fagocitata dalle regola della grande distribuzione - che già non gode di ottima salute e prestigio in Italia, sopratutto tra le nuove generazioni.


Le prove attoriali dei due esordienti sul grande schermo - Selene Caramazza e Simone Liberati - si completano nel cerchio di una narrazione schietta e reale, confezionando centoquattordici minuti di vita densissima e confusa. Ma è il silenzio il vero protagonista del film - che dimostra, fra l'altro, come in alcune occasioni siano proprio le parole a crearlo.

Il silenzio di Cuori puri sostiene una sceneggiatura minimale ma non minimalista, che ha persino il coraggio di tacere in una delle sequenze centrali, quella in cui Agnese addormenta la sua verginità - la sua purezza "fisica", non resistendo all'impulso egoista e ruvido del desiderio.





Altresì, l'intelligenza di questo film risiede nella sua completa visione delle cose: non spiega, mostra. Lascia da parte giudizi e retorica, dedicandosi solamente alla narrazione. Descrive quindi il mondo di Agnese, nella sua osmotica appartenenza alla comunità religiosa che dà il nome alla storia - Cuori puri appunto, un movimento cattolico che ha l'obiettivo di preservare la castità delle giovani coppie che lo scelgono fino al matrimonio, tramite il sigillo di un particolare anello -, e di cui ci sono indicate due figure principali, quella del sacerdote, Don Luca, e quella della madre di Agnese, Marta. Il primo è testimone di una fede intangibile, che non accompagna i ragazzi, ma li regola solamente; la seconda, d'altro canto, è colei che concretamente impone la sua visione dell'amore carnale (e non solo) alla figlia. E tale coercizione palesa tutto il suo potenziale autolesivo quando la ragazza, dopo aver consumato il proprio amore con Stefano, confessa alla polizia che la trova vagare per le strade della periferia di essere stata stuprata. Agnese, così, sostituisce l'eccitazione dell'amore alla violenza della vergogna che il subconscio materno esige. Le emozioni si ribaltano. Ma sarò proprio Stefano, il ragazzo senza regole all'interno di una vita sfusa e confusa, che salverà la purezza che Agnese gli sussurra di non voler perdere. Anche lui ha un cuore puro.



Cuori puri, da un lato, sconvolge per la sua intimità, e dall'altro ha un voce potentissima: fa intendere tutto quello che non dice. Come nella lunga scena in cui Agnese e Stefano si tuffano nell'acqua di Ostia. La prima volta che i loro corpi si toccano. Il silenzio è riempito dalla risacca del mare, mente i chicchi di sabbia si spalmano sulla pelle bianca che Agnese si è depilata di nascosto.


Così mi è venuta in mente quella poesia di Wislawa Szymborska, che forse racchiude un po' il segreto di questo bellissimo film.


Eccola:

Lo chiamiamo granello di sabbia. Ma lui non chiama se stesso né granello, né sabbia. Fa a meno di nome generale, individuale, instabile, stabile, scorretto o corretto.


Non gli importa del nostro sguardo, del tocco Non si sente guardato e toccato. E che sia caduto sul davanzale è solo un'avventura nostra, non sua. Per lui è come cadere su una cosa qualunque, senza la certezza di essere già caduto o di cadere ancora.

Dalla finestra c'è una bella vista sul lago, ma quella vista, lei, non si vede. Senza colore e senza forma, senza voce, senza odore e dolore è il suo stare in questo mondo.

Senza fondo lo stare del fondo del lago e senza sponde quello delle sponde. Né bagnato né asciutto quello della sua acqua.

Né al singolare né al plurale quello delle onde, che mormorano sorde al proprio mormorio intorno a pietre non piccole, non grandi.

E il tutto sotto un cielo per natura senza cielo, dove il sole tramonta non tramontando affatto e si nasconde non nascondendosi dietro una nuvola ignara. Il vento la scompiglia senza altri motivi se non quello di soffiare.

Passa un secondo. Un altro secondo. Un terzo secondo. Ma sono solo tre secondi nostri.

Il tempo passò come un messo con una notizia urgente. Ma è solo un paragone nostro. Inventato il personaggio, insinuata la fretta, e la notizia inumana.


(Vista con granello di sabbia, W. Szymborska)


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