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Dare una forma

Aggiornato il: 2 nov 2018



Com'è successo? Invecchiare insieme, dico. Saperlo. Capire che tutto l'infinito può concludersi in un punto. Molto preciso. Tra i litigi. Perché da un momento all'altro potrebbe arrivare la noia. E vivere di quel tipo di nostalgia è impossibile.


Ho sempre pensato vi siate conosciuti all'angolo. Vicino all'edicola e al cancello in ferro battuto. Lei che cammina e cattura l’attenzione di lui. Che dopo qualche passo indovina dove abita, e in quella cassetta delle lettere troverà posto più tardi qualche riga. A inchiostro nero e foglio bianco, la forma del cuore di mio padre. O quella della lettera dietro la porta della vostra camera. Incorniciata con cura, dentro un bordo rosa. Una forma: è questo quello che mi darete sempre. Mi avete fatto capire l’esigenza di dare una forma. Alle cose. A chi passa, e a chi non torna. Perché le persone cambiano direzione, ma le loro storie continuano inevitabilmente. Sospinte da una marea invisibile. Quella di Gatsby. Quella del passato. Delle forme gigantesche.

Così, sto imparando anche io a dare una forma. Pensare alle malattie come calamari giganti; alle emozioni come passi; ai dubbi come strette di mano; alle scelte come un muscolo che si contrae e flette la sua energia subdola e spavalda. Ma vitale. Tum, tum tum,…


Di voi, guardo le mani. Hanno una forma bellissima. A tratti sospetta, inconclusa. Perché è intima. Ciò che intimo è vero, e questo è solitudine. Ma in due si è certamente meno soli, quando si vive della stessa cosa. Quando si aspetta alla stazione che il tremo ritardi il meno possibile, nella speranza che l’anima non esca dal petto. Oppure nelle telefonate a metà. Che se si è lontano, sono l’unico respiro condiviso, in un mondo decisamente troppo grande. Ma la stessa cosa è anche la paura. Quella che mi viene quando vi guardo, e mi domando se sarò mai in grado di costruire qualcosa di tanto bello. Se saprò sacrificare le mie scelte; se saprò amare. Non allo stesso modo. Ma amare, con le mani. Nei gesti che fate voi. E ringraziare, nel silenzio di una risata. Di un sorriso lanciato per strada. E tu, mamma, devi essere inciampata in quello che avevo lanciato lui.


Mi chiedo com sia andata. Spesso. Una lettera e poi la sera. Magari al cinema, o a cena. Mia madre non beve vino, e nemmeno la birra. Non fuma. Chissà che hai pensato. Eppure, devi aver provato un attaccamento viscerale, irrazionale. Che fin da subito ti è parso inevitabile. Nel senso che le cose, in certi contesti, non possono avere lo spazio di non accadere. Come l’onda nel mare. Ma ecco: eri così giovane, Papà. Eri così giovane, Mamma. Chi ve l’ha detto, ditemelo. Quand’è che un volto nasconde il lato migliore del tuo?

Perché non avete mai pensato, ora basta. O forse l’avete fatto. Non lo so. Ma sono convinto che per la maggior parte del tempo vi abbia accompagnato un’intuizione molto semplice: siamo tutti i sogni che qualcun altro ha sognato. Che non è essere romantico. È solo… credere. Si, credo sia questa la questione. Credere, che è bellissimo e pericoloso. Ma almeno implica la sincerità. Che è quella del vostro amore, nei dettagli quotidiani in cui sono cresciuto e di cui vivo. E se il modo in cui lo faccio è completamente opposto, è perché in fondo al mio cuore, so che voi mi darete sempre quel tipo di speranza.


A volte, vedo l’immagine dell’acqua sopra le vostri mani. E penso che sia la forma che vorrei raggiungere. Avvolgere. Riempire. Cullare. L’acqua è un nomade, tra un’esistenza e l’altra. Dentro i bar o chiusi nel letto a fare l’amore. Ecco, a questo non ci penso. Lo lascio a voi, perché tutto il resto è abbastanza.

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