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«Dogman», il film di Matteo Garrone



Poche ora fa, Dogman è stato inserito nella cinquina delle pellicole che si contenderanno il BAFTA come miglior film non in lingua inglese, dopo che qualche mese addietro era stato escluso dalle corsa a ottenere una nomination ai prossimi premi Oscar del 24 febbraio.

Per il film di Garrone - dopo la tripletta agli EFA (miglior attore protagonista, miglior costumi, miglior trucco) e il Prix d'interprétation masculine a Cannes - è un altra incredibile soddisfazione. A pieno titolo.


Per certi versi, il tempo in cui vive il racconto del film sembra quasi fantastico, fuori dal tempo, racchiuso in una periferia che la fotografia dalle luci grigie e tetre di Nikolaj Bruel rende inquietante e inospitale. Quasi apocalittica nella sua crudezza. Qui vive Marcello (Marcello Fonte), un uomo piccolo che distilla tutto il suo amore tra la tolettatura dei cani nel suo negozio Dogman e la figlia Alida. Colei che è l'unica che riesce a trasportarlo dove il silenzio si fa compagno di viaggio, nei fondali marini. È questa l'unica vera evasione che Marcello riesce a ipotizzare dalla sua esistenza, preda di Simone (Edoardo Pesce), un ex campione di pugilato che con la sua violenza terrorizza il quartiere intero.


Il personaggio di Fonte, nella sua semplicità ontologica, ha l'aria di Pinocchio, ma in lui coesistono anche le tracce del protagonista de L'imbalsamatore (film di Garrone del 2002), incluse in un'atmosfera alienata e alienante. In cui i suoni fuori campo, sono incubo: il rumore della moto di Simone che sfreccia per la periferia.



Edoardo Pesce e Marcello Fonte

La dipendenza di Marcello da Simone è quella del vinto, perché è malata, e comporta una disperazione profondamente autentica. Ed è qui che il cinema di Garrone si scopre potente: nell'attenzione spasmodica della camera sui volti, che sembra bloccarne un'ipotetica fuga; della scelta di filmare la paura nella paralisi del gesto (come quello della scena "proemiale"); nel baipassare i generi. Il realismo astratto si confonde con le tinte di una malinconia cosmica; il finale è grezzo e lacerante, nelle grida di Marcello «mi sentite? Venite a vedere cosa ho fatto!».

L'emozione così si espanda - come le ultime due inquadrature: un primo piano e poi una successiva ad avvolgere l'intera periferia, non subordinando più il movimento a quello di Marcello -, ferendo lo spettatore.





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