• Possibilia

Due sconosciuti, acqua sul tombino, Milano, 2019.

Aggiornato il: 12 ott 2019


Due maschere, di G. de Chirico

Fumo. Ma non riesco a sentirmi stupido. A tempo - col mondo - incasso le spalle nella giacca blu scuro. Sono i colori a cambiare il significato alle cose, mi ha detto Max, il mio supplente in quarta liceo. La piazza è grande. Ovunque sia, è soltanto grande. Il duomo, e chi continua a fumare. Va verso l’alto; forse all’indietro. È un ricordo che accresce la sua forma.

- una rosa? Signore, una rosa?

Non è ancora arrivata. È sul bus numero tre. La bolla di nicotina che mi circonda ora sale perpendicolare. La guardo. Vorrei una Menabrea da tre quarti, e quell’insieme di luoghi definiti appena. È pericoloso indicare qualcuno; però, se quello che penso lo dicono gli altri, diventa vero.

La luna è tonda. Mi sembra abbastanza. L’illusione dell’infinto è dolce perché inconcepibile: è più facile pensare a un’altra vita che a una vita eterna. Tanti piccoli pezzi assieme a tanti piccoli pezzi, restano tanti piccoli pezzi. Mi accendo un’altra sigaretta. L’iPhone vibra. È il ritmo del nostro tempo. Sono le cuffiette a parlare. Disinibiscono tanto quanto l’alcol; se le spengo, svanisce tutto, senza vomitare. Dice, Tra le palme.


Lei è un punto invisibile nella piazza. La intravedo, e l’elastico fra due sconosciti si spezza imbarazzato. Per paura di alzare la voce. Non ci presentiamo; lo abbiamo già fatto.

Le donne ridono. Lo fanno tutte, spesso. Che tu gli stia sul cazzo o meno. Anzi, forse se gli stai sul cazzo ridono di più.

- cosa hai fatto oggi?

- io?

- chi se no?

- Non ho sentito la sveglia. Ho aperto gli occhi poco dopo le undici, credo. A casa di Teo, il proprietario del Bar sotto casa. Dormivo sul divano. Comodo, però puzzava di cane e di erba. Sono tornato a casa e mi sono lavato.

La luna era ancora perfettamente tonda.

- ho scongelato una scatola di arrosto e ho pranzato. Poi sono andato al Bar fino a sera.

- che hai fatto al Bar?

- ho letto quasi tutto il tempo. E ho ordinato due cappuccini con cacao.

- ci vai tutti i giorni?

- più o meno.

Google Maps ci ha portati in una pizzeria all’angolo vicino alla Ca’ Grande. Ha ordinato una pizza patatine e würstel, e la cosa mi è sembrata strana. Nascosti sotto il tavolo i miei piedi dondolavano.

- non ci credo dai. È impossibile!

- te lo giuro. Da piccolo balbettavo. I miei erano convinti avessi qualcosa di strano. Mi è rimasta la timidezza.

- tu saresti timido?

- esattamente.

Prende l’ultimo trancio con le mani. Le muove di continuo: sottolinea, dimostra, nasconde. Vibra il ciondolo oltre la curva del seno. Il maglione sottile è attillato. E nero.

- camminiamo?


Le vetrine dei negozi brillano. Non so dove ci troviamo. La costringo ad attraversare col semaforo rosso più volte. Il capotto nero le abbraccia il corpo. Anche i pantaloni e le scarpe sono nere. Nero pece. Poi le guglie del Duomo tornano e decidiamo di arrivare fino al Castello. A metà di Via Dante capisce che sono uno stronzo. O forse l’ha capito subito.

La gente cammina nella direzione opposta. In un modo o nell’altro mi ritrovo sempre dalla parte della sua borsa (nera). Ogni dieci minuti prende il tabacco, i filtri e le cartine e rolla un’altra sigaretta. Non ho mai imparato.

Prima di Piazza Castello attraversiamo col rosso. Guardando le strisce pedonali mi racconta di quando da bambina si distendeva nel centro della careggiata. Penso alla scena di The Notebook. Balliamo? Ci sediamo sull’orlo circolare della fontana. L’acqua è sporchissima. Dentro, due monete da cinque centesimi.

- ti piace studiare?

- no.

Sorrido.

- a te piaceva?

- preferisco lavorare. Essere indipendente. Però mi manca. Per due anni ho vissuto nella Casa dello studente. L’ultimo in appartamento. È stato bello. Tante feste. Ero un disastro. Mi sono calmata.

- non con le sigarette.

Sorride anche lei. Il piercing sul naso si muove, ma non c’è vento.

- quando ti sei ubriacata la prima volta?

- non credo di essermi mai ubriacata in realtà.

- scherzi?

- per niente.

- e perché ti sei calmata?

- fumavo molto, ma l’alcol non mi è mai piaciuto.

- la birra?

- odio la birra.

- forse non siamo più amici allora.

- quando lo saremmo diventati?

Ride per la seconda volta.

Però il giorno della sua laurea c’era andata vicino. Per poco non si buttava nel Piovego; poi, davanti agli amici e la famiglia, urlò che aveva bisogno di scopare e per questo sarebbe andata in Toscana da un amico.

- perché mi guardi così?

Non sono riuscito a dissimulare la mia espressione.

- come ti guardo?

- come se una donna non potesse averne voglia.

Rimango in silenzio. Non lo penso, ma anche pensare il contrario è strano. Non so cosa dire. Dico la cosa sbagliata.

- girano un sacco di voci su di te.

- sei uscito con me per questo?

L’acqua della fontana mi schizza in fronte, bagnandomi l’estremità dei capelli. Mi sono chiesto se avesse le doppie punte da qualche parte.

- ora è diverso.

- cioè non sono troia?

Resta il silenzio e la guardo. Il suo sguardo ribadisce che non si fida. Gli occhi piccoli, castani, il pallore attorno la pupilla è la foschia sopra l’opale della luna - dov’è?

Il dolcevita le preme il collo sottile. Fuma di nuovo. Io me ne sono dimenticato. I capelli sono a caso: sui bordi del viso, ai lati della spalle. Gli orecchini si intravedono appena.

- come mai hai pianto?

Domanda del cazzo.

- che ne sai?

- avevi gli occhi lucidi.

- magari sono all’allergica.

- a maggio?

- appunto.

Ha allungato lo sguardo oltre le onde piccole dell’acqua. Ho afferrato la sporgenza bianca e dura della fontana. Avevo male alla schiena.

- leggevo.

- dico sul serio.

- le troie non leggono?

Possibile che il mondo sia pieno di risposte quando noi chiediamo così poco?

- bello.

- cosa?

- L’altra sera ero a casa di un mio amico. C’erano altri ragazzi e non sapevamo che fare. Abbiamo iniziato un quiz online per conoscersi. Una delle domande chiedeva di raccontare l’ultima volta che hai pianto. Ho detto che non lo ricordavo. Ed è vero. Non succede.

Spegne la sigaretta nell’acqua. Il fuoco si arresta.

- scusa. L’ho detto senza un motivo.

- capita spesso?

Il silenzio che ci avvolge scoppia in una risata convulsa. Ondeggiamo uno contro l’altro. Credo di averle fissato le labbra per qualche secondo, come si fa quando le cose a caso dicono moltissimo.


Via Dante, a ritroso, è diversa.

Respira di corsa. Soffia il fumo lontano, laggiù, dove non c’è più niente. Ogni respiro una virgola; poi sbatte di corsa le palpebre ed ecco i tre puntini. Mi racconta dell’altra sera. Era brilla, e mi ha chiamato: ci siamo presentati al telefono. Ho conosciuto la voce e poi il volto. Al contrario è diverso, come Via Dante. Per terra, ho riconosciuto tre sigarette che formavano un triangolo scaleno. Non so se voglio uscire con te, aveva detto. Da bambino non capivo chi avesse inventato il tempo.

- il tuo colore preferito?

- il rosa.

Il colore della sua sciarpa.

È iniziato a piovere. Violento. Uno schiaffo alla città. Ci sono momenti in cui non può succedere altro: lassù c’è qualcuno che vuole dire, esisto.

- posso chiederti una cosa?

- perché me lo chiedi?

- non si fa cosi?

- la gentilezza è noiosa.

La pioggia batte sulle impalcature d’acciaio appoggiate ai palazzi. È pesante, cocciuta, ma l’intensità vorace si spegne veloce. Il Duomo è vicino e l’odore madido della primavera ci tocca. Saranno trentaquattro passi fino ai gradini che scendono dentro la terra.

- resti?

- quando?

- stasera.

- da te?

- si

- io?

- Vorrei stare nel letto insieme. Io distesa e tu appoggiato al cuscino. La tua voce che legge, senza toccarmi.

Ho inserito il biglietto bianco nel lettore. Le scale mobili sono silenziose; le corse dei treni rallentate. Siamo da qualche parte nel mondo, ma finisce tutto qui. Un battito di ciglia, come si dice; un schiaffo, un’intuizione. Sopra il canino le brilla un punto luce.

- cosa hai letto oggi?

- oggi?

- non sei andato al bar a leggere?

- ah è vero.

Dal tunnel arrivano sacchi di vento intermittente.

- quindi?

Sono scelte come queste a condurti dove non avevi considerato di poter esistere? Scegliere. Ho avuto la sensazione che nei paraggi si nascondesse un segreto importante.

- c’era una ragazza. Nostra età. È notte e pedala. Scorre nel buio con la graziella. Prosegue e c’è molto vento, mi sembra di ricordare. La via che le sta di fronte è quella di casa. In fondo a destra. Inizia a pedalare sempre più veloce. Accelera. Fino a quando chiude gli occhi e continua a pedalare. Non guarda gli incroci che l’aspettano. Pedala e basta. Non sente più niente. E la via che percorre continua, si allunga; gli incroci si moltiplicano. Eppure casa sua è sempre lì. Tra i lampioni i capelli sono blu scuro. Gli occhi verde muschio. Ha qualche lentiggine sulle guance. E la frangia. È stata dalla parrucchiera la mattina stessa.

- di chi è?

- Raymond Carver.

- come finisce?

- non l’ho letto tutto.

- quante volte menti al giorno?

Ho pensato di alzare l’indice e appoggiarlo verticale sulle sue labbra, ma l’idea è caduta per terra. Mio Zio diceva sempre che quando il vento torna costante arriva il treno.

Seduti distanti. Opposti. Quant’è lontano la realtà? Muove le labbra. Non capisco. Cosa dice?

Ho sonno. È banale voler viaggiare nel tempo?, lo dico anche io senza voce.

Fermata Crocetta, ora mi siede accanto.

- Cos’hai detto?

- niente di importante.

Buffo. Prima speculari, poi due volti appoggiati al vetro. Lei muove il collo, si muove il riflesso. Di notte si è soli perché non c’è l’ombra che ti segue.

- perché quando le cose cambiano tagliate i capelli?

- sei strano.

- strano? E tu allora? quante audioprotesiste ci sono nel mondo?

- è pieno.

- le orecchie rimangono strane.

- ma perché?

- il suono della parola: o-r-e-c-c-h-i-e.

La mia fermata sfila trasparente.

- a che pensi?

- io?

- ma lo dici ogni volta “io”?

- sicura che lo vuoi sapere?

- ora ho paura

- qual è la prima cosa che chiedi quando visiti qualcuno?

- “cosa ha fatto oggi?”

Ho capito che prima avrei ballato con lei. Certe cose arrivano dopo. Altre non arrivano. Il mondo le tiene per sé. Lei ha quel modo di fare: sorridere in un mattino che non vale niente.

I minuti trascinano il tempo, ma lui rimane vicino.

- è la mi fermata

- scendo anche io

Il treno è corso via. A destra per Comasina, l’uscita dritti. La gente è abituata a sciogliersi. Due atomi che si dividono; la foglia dall’albero, la goccia dalla nuvola, l’unghia dalla mano. Lo sputo dalla bocca. A volte la poesia complica le cose. Io vado a destra e tu vai dritto. Il polline di maggio è arrivato nei vicoli della metropolitana. Chissà se il rosso le dona. Le persone si incontrano una volta sola.

- cosa vorresti sistemare viaggiando nel tempo?

- ti chiamo

- non credo dovresti


Si sono conosciuti due sconosciuti che sono rimasi sconosciuti come due caramelle gommose scadute sono all’incirca paragonabili all’acqua che flirta con un tombino. Cosa hai fatto oggi?, chiede lei. Lui prova a viaggiare nel tempo. Dice, Ho dormito con te ma senza toccarti.

È Bellissimo andare in bici senza mani.


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