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«Euforia» di Valeria Golino: un film italiano

Aggiornato il: 22 ott 2019



Euforia è resiliente.La pellicola ricorda il valore della delicatezza prorompente, di cui il cinema nostrano è maestro, e, infatti, Euforia è un gran bel film italiano, diretto dalla regista napoletana Valeria Golino, con Valerio Mastandrea e Riccardo Scamarcio. Il primo, uno dei nostri migliori interpreti da anni; il secondo, non più un talento, ma un attore maturo, che con questa prova raggiunge forse il meglio della sua carriera (ancora lunga). In un duetto potente e drammatico, sul racconto del rapporto tra fratelli. Quel legame intimo e sfuggente, che ti concede di dimenticare cosa dire, di non parlare, e che nasconde un sentimento a volte capace di sfidare il tempo: è la forma immortale dell'amicizia.

Mastandrea e Scarmarcio rendono questo dialogo alla perfezione, con un tono mediano tra dramma e commedia, che è anzitutto merito di una sceneggiatura densa, corposa, ma capace di alleggerirsi nell'interpretazioni dei due attori.





Matteo (Scamarcio) è un vero e proprio diffusore di euforia e spensieratezza, di cui l'attico e i tanti soldi ne sono la metafora. Ma dietro questa energia si nasconde un vuoto gigantesco, figlio di una necessità di affetto, che però è fagocitata nel momento prima di entrarvi in contatto. È soprattutto in questi aspetti duali che si inserisce la bravura di Scamarcio: dissimula l'euforia, implode il personaggio per tutto il corso della narrazione, essendo quello che non mostra. Fino alla (quasi) liberatoria sequenza conclusiva, quando Matteo, finalmente, esplode. Sequenza in cui il fratello Ettore (Mastandrea) assume il ruolo che dall'inizio Matteo stesso si era imposto di ricoprire, trascinando il fratello in un abbraccio, sotto la bellezza della natura, che si ravvede madre e non matrigna.


Valeria Golino - che torna dopo la regia del suo primo film Miele (2013) - dà una forma alla sua euforia. Perché in fondo è quello che provano a fare sia Matteo che Ettore, anche (e soprattutto) nel dramma - nella scena in cui il personaggio di Mastandrea racconta di percepire qualcosa nella sua testa simile a un enorme calamaro che spruzza inchiostro. Dare una forma ci serve a comprendere, a focalizzare cosa raggiungere, cosa prendere e cosa eliminare.



La regia avvolge le interpretazioni dei due fratelli, delineandone le imperfezioni e le tensioni, senza rivelarsi. Non c'è un secondo in tutto il film in cui ci si chieda dove sia la macchina da presa. Non c'è, se non nell'intermezzo che poi è la locandina ufficiale del film. In cui la macchina ruota e la Golino la dichiara appositamente, testimoniando la presenza obliqua dei suoi personaggi rispetto all'orizzonte della pellicola. È un film geometrico, di linee e intrecci, in cui l'euforia s'inserisce nel campo tra la verticalità di Ettore l'orizzontalità di Matteo.


Euforia è un film emozionante, anche perché carpisce dalla più classica tematica della malattia e del conseguente riavvicinamento tra due persone, qualcosa di veramente originale; e un po' infantile e vergine, com'è il personaggio di Matteo, e autentico nel racconto caratteristico dell'omosessualità e del consumo di droga di quest'ultimo, forgiati da primissimi piani. Quasi possessivi. Una storia che tra il dramma e l'euforia si inserisce uno spazio aperto infinto, tra la nostalgia di un vecchio gusto novelle vogue e l'avanguardia di un sguardo eccentrico.

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