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Giocare in stazione centrale



In una giornata di giugno camminavo lungo la banchina della stazione centrale. Masticavo un chewing-gum alla menta rubato dalla borsa di mia madre. Sulle spalle, l’Eastpack che i miei mi hanno comprato in prima media. Col bianchetto il mio compagno di banco ci ha scritto bimbo minchia. Il ragazzo nel banco davanti ha aggiunto W i Denver Nuggets. Alcuni mesi fa è morto di overdose. L’ultima volta che l’ho visto era sempre giugno. La barba mi cresceva appena: macchie sulle guance. Prima di rasarti lavati il viso con l’acqua calda per aprire i pori della pelle, mi ha detto mio padre la prima volta.


Il caldo è appiccicoso. Come le gocce di un ghiacciolo sui polpastrelli. Ho una bandana a fantasie geometriche legata sopra le orecchie. La mano sinistra spinge la valigia, è mezza vuota, qualche libro sopra i boxer che sanno dell’ammorbidente che usa la nonna. La lavatrice a casa si è rotta. Con il pollice spingo la riproduzione casuale. L’aria è troppo pesante per pensare. Sono poche le persone che ho conosciuto a cui non piace viaggiare. La banchina ribolle di air pods. Ho la schiena tutta sudata. Il ragazzo più avanti infila una sigaretta tra le labbra; non si può fumare in stazione.

La coincidenza è in ritardo. Il tabellone luminoso raccoglie gli sguardi. Guardo a destra. Quello lo conosco. Ho smesso di masticare. C’è una frase tra noi: a volte le persone non si parlano più. Stringo il palmo della mano attorno al bracciolo della valigia; lei fa lo stesso. Gli anelli sulle dita vibrano. Non c’è vento, solo distanza. Dove due estranei si riconoscono. Quando hai smesso di raccontarmi chi sei? Quando succedono le cose? Quando ho imparato a vivere in queste modo? Le persone si innamorano di me se racconto come ti ho perso. La letteratura è donna: crea nuova vita. Ma come ogni donna chiede una scelta: e io chi ho scelto?


I nostri sguardi restano appesi ai vestiti della gente in partenza. Come panni da lavare. Ho pensato di chiamarti e starmene zitto. E guardarti, con la mia faccia da stronzo e il tuo sorriso spezzato che dice, è troppo caldo per fare l’amore.

- ti sei mai innamorata di nuovo?

- si e tu?

- ha gli occhi verdi e i capelli neri.

- come la notte?

- come i tuoi.

- parli troppo.

- hai ragione.

- odio quando pensi che non sia così.

Quante conversazioni nello spazio stretto del silenzio. Ho un treno da prendere. Verticale, allungo l’indice sopra la bocca. Mi avvicino. Scappa, per favore. Scappa prima che ti tocchi. Fai qualche passo indietro e confonditi tra la gente che parte e se ne frega del caldo di giugno. Hai sempre avuto la pelle diafana anche d’estate, che è fatta per dimenticare. Le persone cambiano. Lo so che vuoi indovinare quale canzone sto ascoltando. A volte mi chiedo dove sei mentre fumo in terrazzo.


Mi abbracci. Fermi le mani in fondo alla mia schiena. Allacci le dita, prima che lo faccia io. Hai sempre fatto tutto prima.

Mi diverto a credere che il mondo si prenda gioco delle poche cose che ho il coraggio di scegliere. Lancia una battuta tra due confini che si eccitano. Ride delle sue stesse parole, ma so che in realtà quel sorriso è per te. Che ora non parli.

Taglio il laccio delle tua pelle e torno a camminare. Binario numero 21. Quel treno mi vuole; gli amici sanno che sarò in ritardo alla festa di questa sera. È proprio un gioco, credere che vivere non lo sia.

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