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«Girl» di Lukas Dhont : siamo già quello che diventeremo

Aggiornato il: mag 23



I riflettori sugli Oscar, lentamente, si spengono. Ma, forse, avrebbero dovuto illuminare un’altra stella oltre a quelle già presenti al Dolby Theatre. Perché, tra le pellicole presentate nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2018, c’è n’è una che avrebbe sicuramente meritato quantomeno di rientrare nella cinquina dei candidati al Miglior film in lingua straniera, e che avrebbe finanche potuto insidiare l’egemonia del film messicano di Alfonso Cuarón Roma. Invece, l’Academy non l’ha nemmeno inserita nella cosiddetta shortlist che prelude ai film candidati. Sorprendente. Sopratutto per le tematiche di cui Girl - il film di Lukas Dhont nella selezione ufficiale del festival francese - racconta.

Lo fa brutalmente. Spaccando anima e corpo; non solo di chi guarda, ma dei personaggi stessi: una famiglia belga formata da un padre premuroso (Arieh Worthalter), da un fratellino di sei anni (Olivier Bodart) e da Lara (Victor Polster, miglior interpretazione nella categoria Un Certain Regard), che cerca di raggiungere i suoi due sogni più grandi. Diventare una ballerina; essere una ragazza.


Lukas Dhont - vincitore della Caméra d’or per l’opera prima - tesse un racconto attorno a una chiave di lettura tutt’altro che banale: «tu sei già tutto quello che diventerai». Forgia una sceneggiatura (assieme a Angelo Tijssens) essenziale, che abbonda di movimenti e sguardi, funzionali a un climax emotivo, angosciante, straniante, che culmina nella scelta estrema di Lara. Accanto - durante le sequenza di danza classica - la camera a mano di Dhont è completamente subordinata all’alternanza piedi/volto di Lara, seguendola nella sua continua ricerca - dei seni, di se stessa -; nella sua esigenza di nascondere: i genitali chiusi nello scotch bianco, o schiacciati fra le cosce - un’immagine che ricorda la grandiosa interpretazione di Eddie Redmayne di Lili Elbe in The Danish Girl (2015).


Victor Polster

Quello di Dhont è anche un film fiammingo, denso nella sua attenzione ai dettagli, ai colori corposi della fotografia (Frank van den Eeden) - rosso e arancio - nei momenti intimi, freddi nella tensione e nella fatica della danza, o nelle frazioni di disagio. Che si inseriscono in un quadro e in un’evoluzione narrativa tecnicamente molto complessa da distribuire. Dhont, altresì, mette in campo una regia coraggiosa, pronta ad illuminare più voci - nella scelta frequente di non usare il campo controcampo, ma di spostarsi da un volto all’altro palesando la camera -, di affidarsi all’espressività disarmante di Polster, che riesce a racchiudere in un sorriso appena abbozzato, malato di un’inadeguatezza esistenziale, un poliedro emotivo: impossibilità, vergogna, volontà, coraggio, insofferenza, paura, risolutezza.


Girl è una pellicola profondamente attuale, che, con una narrazione autentica, dimostra come quello che si deve per forza sottolineare naturale, non si è ancora consciamente pronti ad accettarlo.




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