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Gli anni di gesso. «Come un giovane uomo» di Carlo Carabba

Aggiornato il: 14 giu 2018


Antwerp nella neve, Vincent Van Gogh

«For you will still be here tomorrow

But your dreams may not»

(Cat Stevens)



Ogni libro è per qualcuno, o così si dice. Eppure, Come un giovane uomo, vorrei che lo leggessero tutti. Perché il primo romanzo di Carlo Carabba - in corsa per il premio Strega 2018 - è uno struggente scorcio di vita.

Allora dico meglio: è un libro per tutti e per nessuno, allo stesso modo di come la pensava Nietzsche. Tant’è che l’eco di una prosa innervata al di sopra di un sostrato filosofico dialettico di primo ordine è lampante sin dalle prime pagine del testo - e lo testimonia, se non altro, anche la formazione filosofica dell’autore stesso. I periodi lunghi e ipotattici, infatti, offrono al lettore un discorso riflessivo e intelligente. Nel suo senso più etimologico: intus legere, ovvero leggere dentro. Quello che fa Come un giovane uomo.


Anzitutto, Carabba legge dentro retrospettivamente la sua vita, con l’occhio del poeta e l’attenzione dell’artista. Non lascia nulla al caso e costruisce un vero e proprio stream of consciousness di 154 pagine. La cui grandezza risiede nella sua completa libertà, a tratti quasi estrosa e inconsapevole. In questo tessuto narrativo s’inseriscono compagni di vita, immagini, coincidenze, paure, delusioni, amarezze e vergogne. Ossia quello che filosoficamente si definirebbe vita. Che trae ragion d'essere da un'epifania di richiamo joyciano: la neve. Quella che stessa che blocca Eveline in The Dubliners, crea e distrugge, con potenza scientifica, anche l'esistenza di Carlo, autore e protagonista di questo racconto - il cui titolo, come è suggerito nella nota a fine libro, era inizialmente "Neve", per l'appunto.

Finanche il senso della paralisi del celebre romanziere irlandese è in questo testo conservato, e ri-declinato nel presente, attivando gli istinti umani più auto-conservati.


In molteplici tratti del testo, la trama assume le sembianze di uno sfondo evanescente, pronta ad elidersi a favore di una introspezione esistenziale e sincera. Che, però, indica anzitutto come interlocutori due personaggi "senza tempo": la morte, e il dolore della morte. È questo, d'altronde, il lascito di Mascia - la protagonista, assieme a Carlo, del romanzo e a cui quest'ultimo ha voluto dedicare la storia.

Così, dall'epifania inaspettata, ma voluta e desiderata per lungo tempo, della neve, Carlo affresca la vicenda della sua vita, conferendole un'ombra, ossia un pensiero, non un'interpretazione; da cui deriva anche la plurima citazione di La storia meravigliosa di Peter Schlemihl.



Da un lato, Carabba tocca le punte narrative dello scorrere fluido joyciano, dall'altro, quasi volendo invertire il timone della narrazione, si confronta con una ridefinizione ontologica del dolore e della morte, che sfocia in un'analisi "romantica" degli affetti e delle mancanze e delle non-scelte. Questione chiave, quest'ultima, a cui l'autore affida un pensiero molto chiaro: «in ogni azione c'è la stessa quantità di scelta dell'inazione».


Nella prospettiva della perdita s'inserisce - dappiù - un racconto inedito dell'io. Che sole le parole dell'autore stesso possono realmente aiutare a comprendere:




«[...] quando improvvisamente ci rendiamo conto che qualcosa non solo non è più ma soprattutto non sarà più, che un gesto o un incontro un tempo abituali sono ormai al di fuori dall'orizzonte della nostra possibilità e paragoniamo questa perdita al possesso di quella stessa cosa che avevamo, realizzando che noi stessi non siamo più, che il noi che possedevamo non è quello che chiamiamo, in quel momento, "io", che anche l'io che in quel momento siamo e in cui ci riconosciamo cesserà di esistere e che questa morte quotidiana e continua non ha portato e non porta tranquillità, una consapevolezza che come un angelo ci annuncia e ci prefigura la venuta di quella morte definitiva che riguarda il centro unificatore, per noi stessi misterioso e sconosciuto, di tutti gli "io" che, nel tempo, si sono succeduti»

L'esordio narrativo di Carabba - lo si intuisce già da questo breve estratto - è fulminante. La perizia con cui affresca un identità scrittoria e al contempo una esistenziale è straordinario. Ma ancor più prestigiosa è l'assoluta umiltà del testo. Che non osa mai avvicinarsi ad un contingente "dolore assoluto". Anzi, la connessione tra morte e vita è il caposaldo di questo romanzo, che si evolve dall'eta adolescenziale e quella adulta - agli anni di gesso. Ne è, invero, un esempio il passo in cui Carabba paragona il lavoro della morte al lavoro del cuore. La morte, quindi, si fonde con la vita e diviene la sua unica generatrice.


Com'è non sarà detto qui per la prima volta, lo scrittore romano ha la voce del poeta. Lo stesso di cui Baudelaire scrive nella sua famosissima L'albatros. Ma a tratti, benché anche Carabba sia imprigionata nella nave della realtà, pare capace di poter spiccare il volo e raggiungere qualcosa. Che magari, come ci racconta nella nota a fine libro, scriverà nel seguito di Come un giovane uomo.

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