• Davide Spinelli

Re di Roma, schiumarola



A fare la spesa è tornata la coda e io mi nascondo dietro gli occhiali da sole, il capello che ho comprato nel reparto bambini e una mascherina rosa. Resto in piedi ad aspettare il mio turno e provo a guardare dalla giusta distanza quello che non dovevo permettere.


Ieri mi sono fatto la barba, ho scelto un orecchino più grande anche se forse non ti piace. Sono sicuro che hai notato che la temperatura si è abbassata. Forse indossi il giubbotto pesante quando esci e già nel pomeriggio ti ricordi di accendere il riscaldamento a pavimento di camera tua. Mi sto impegnando, perché so di poter capire che durante il giorno, per quanto si restringa la scala di misurazione, prima o poi ci si deve fermare. Con questo freddo mi hai convinto a scendere nudo in cantina per portare l’albero di natale in salotto. Siamo rimasti nudi anche mentre montavamo le braccia e le luci attorno. Per quanto provi a ripartire dall’inizio, analizzare tutta la storia, passo dopo passo, il punto d’arrivo è sempre lo stesso. Mi chiedo se mentre lo facevamo in salotto abbiamo almeno chiuso la porta di casa.


So che se sapessi che non mi sono ancora iscritto all’Università ti arrabbieresti. Una volta per tutte vorresti sapere da dove nasce questa necessità di rimandare. In questi giorni, quando scolo la pasta con la schiumarola mi chiedo come hai fatto a cucinare senza per tutti questi anni. Ma ora mi rispondo che hai fatto tante cose senza avere quasi niente, e avrei dovuto proteggerti dal fatto che io invece non le so fare.


Dopo l’estate dell’anno scorso, il diciassette di agosto sono finito in una Feltrinelli nella provincia di Siena a comprare Vino e Pane di Ignazio Silone, per capire cosa ci fosse successo nei quindici giorni prima. Non ho mai creduto a cose come queste, ma c’è un paradosso che vale la pena sottolineare: il tempo non esiste, eppure, quando ci si avvicina a qualcosa di molto grande, il tempo, o chi per lui, rallenta e si piega su stesso. È in questi angoli che mi sono nascosto, mentre rassicuravo me stesso che questa volta non mi sarei fatto trovare impreparato se fossi caduto. Credo sia andata così che non mi sono accorto di cosa provavi a dirmi: cos’è dentro di te che non ti basta?


Qualche giorno fa mi hai detto che volevi tornare a leggere. Il libro che avrei voluto spedirti si chiama Cosa diremo agli angeli e racconta la storia di un doganiere e del suo lavoro solitario in un aeroporto. Scarica i bagagli, ne controlla la provenienza, li etichetta e li carica sul nastro trasportatore. Nel frattempo, con una donna che non vede da anni gioca a scrivere un romanzo a quattro mani. Lo scorso marzo, il racconto che mi hai mandato conteneva le quattro parole con cui avrei dovuto continuare la storia che avevi scritto. Dovevo usare terrazza, scarafaggio, lentiggini, basilico. Delle ultime tre non so cosa pensare, ma la prima continuo a collegarla all’immagine dei miei piedi bagnati che premono sul parquet di casa tua. Ho sempre dimenticato di asciugarli prima di uscire dal bagno e tu ti arrabbiavi. Il primo piano e il piano terra sembrano appartenere a due case diverse, mi hai detto una delle prime volte a casa tua. Ho scritto la mia parte della storia un pomeriggio di giugno ed è rimasta sulla scrivania. Eravamo sudati e avevo poca paura dei miei cattivi odori.


Prima ho messo in ordine la stanza. Dopo la corsa, l’ultimo tratto lo percorro a piedi ascoltando il fiatone. Ma senza di te è difficile venire a patti con il mio silenzio. Così cerco di fare molte ripetizioni. Però, mentre Sara mi chiede perché i Re di Roma siano proprio sette, mi dico che dovrei parlarti di come vanno le cose la notte, ma non so se ti interessa. Quando realizzo tutto questo, mi esplode tra le mani la voglia di sapere cosa stai facendo ora, e mi accorgo di doverti confessare un segreto. Passo la notte a fare elenchi, con le parole che ora tocca a te aggiungere alla prossima parte. Ne ho scritti molti, e per ognuno ho provato a inventare la tua reazione. Sento di esistere in questo modo di stringere il mondo che capiamo solo in due.