• Possibilia

I limiti delle parole

Aggiornato il: 17 apr 2018


Oltre i confini, Dana Danartys

Ci sarà sempre una città a cui saremo legati. Ci sarà sempre un universo a cui lanceremo i nostri segreti - lontano. E lo faremo, ignari dei suoi sentimenti. Ma fidarsi sarà più facile, perché non avremo idea di chi ci sarà di fronte.


Eppure, ci sono ancora dei giorni in cui ho voglia di rivelarmi. Di scoprire il velo arancione che mi circonda e camminare a piedi nudi, come se nessuno mi avesse mai raccontato delle scarpe. In giorni come questi, comprendo che anche le parole hanno dei limiti che non si possono oltrepassare. Come se mi fermassi sul Pont Neuf di sera, e guardassi le chiatte scivolare leggere sulla Senna. Mi ricordo che a volte alzavo il braccio e agitavo la mano. Salutavo chi non conoscevo, ma sentivo ugualmente di esistere. Poi sedevo su una di quelle panchine di marmo e aspettavo che il vecchio Jamy - così diceva di chiamarsi - raccontasse la solita storia. Lo faceva ogni sera dopo cena, abituato com'era a viverci - in quel racconto. Diceva che non l'aveva inventata lui, ma che l'aveva sentita raccontare da una vecchia prostituta del quartiere latino che frequentava quando era ricco - tanto tempo fa a quanto pare. Ora viveva per strada, e campava raccontando questa storia. La storia dei lampioni, o almeno questo diceva che fosse il titolo. Io ho spesso fatto fatica a crederci, ma ogni sera quella storia mi stupiva: Jamy la raccontava sempre uguale alla volta precedente. Non cambiava una virgola. Fu così - grazie a quella bizzarra storia sui lampioni - che capii che le parole hanno dei limiti. Ed è più o meno ciò che vorrei dirvi ora.

La storia parla di un lampione maschio che si dichiara ad un lampione femmina. Ma lei non ne vuole sapere, e allora lui decide di spegnere la sua luce per sempre. A questo punto direte: ma come va avanti? Niente! Esattamente niente. Jamy era categorico «cascasse il mondo, non ti dirò mai come andrà a finire, perché le parole potrebbero finire da un giorno all'altro, e noi rimarremo senza, e saremo inutili».


Così, quando ripenso a poco tempo fa, mi è tutto più chiaro.

Accompagnavo mia sorella ad un concerto; ero stretto fra diciottomila persone che urlavano lo stesso nome. E quando mia sorella mi ha chiesto «tu hai letto tanti libri. Allora forse sai rispondere. Com'è possibile che ci sia qualcuno che ha così tanto, e chi invece ha così poco, a cui succedono cose veramente brutte? Chi lo decide?», mi è venuto in mente Jamy e la sua stupida storia sui lampioni. Da un momento all'altro la luce va via, e chi un momento prima c'era, quello dopo non c'è più. O forse è solo nella porta accanto - ma la chiave per aprire quella porta non c'è nessuno che ce l'abbia. E questo fa un po' arrabbiare. Conviene quasi spegnere la luce.


Cos'ho risposto?

Ho preso qualche minuto e qualche respiro. Ho sfogliato nella mia testa tutto i testi che conoscevo, ma mi sono reso conto di ciò che sapevo già: chi legge ha solo più domande - non più risposte. «Jamy era proprio furbo» pensai. Ma mia sorella aspettava una risposta. Un segno. Allora ho alzato gli occhi, ho guardato oltre l’ombrello e ho visto il limite ai nostri pensieri, il cielo. E cadeva acqua. Solo acqua, nient’altro. Un altro limite, un’altra perdita senza motivo. Ed è a questo punto che ho guardato in basso e le ho scavato negli occhi. Poi l’ho stretta in un abbraccio, cercando di rompere quel limite. Quel muro che nessuna parola riusciva a scavalcare. Com’è quando qualcuno va nella porta accanto.


Forse un giorno gli abbracci si potranno spedire, come pacchi. Non so se sia una bella idea, perché forse la gente non si abbraccerebbe più. Ma forse, quel limite lo potremo anche superare, e troveremo la chiave della porta accanto. E il lampione maschio riaccenderà la luce e riscoprirà la bellezza del lampione che ama. «Basta ricordarsi di accendere» diceva alla fine Jamy. Non lo so se sia vero. Magari è un'illusione, ma d'altronde nasciamo da quello.

E allora fatemi credere che questo mio abbraccio possa scavalcare ogni cosa, e raggiungere chi custodisce la gentilezza dell'anima.


Ricordo che un giorno, all'improvviso, dopo cena, sul Pont Neuf non vidi più Jamy. E ripensai a questo esattamente nell'istante in cui regalai un abbraccio come risposta inutile a mia sorella. Sembrò piacerle. Vide in quel gesto qualcosa che io non sentivo, ma che speravo ci fosse - lo ammetto. Come quella volta in cui Jamy mi rivelò che il lampione femmine si chiamava «Elisa», e io rimasi stizzito. «Ma come puoi dare un nome così bello ad una cosa come un lampione?!» gli dissi. Ma lui sereno mi rispose «Ogni cosa può diventare ciò che vuole, basta saperle cambiare nome quando serve. Questo è l'unico senso in cui può esistere un per sempre».


Da quel momento mi presi l'impegno di scrivere una lunga storia su Elisa. Che è quello che farò. E lei forse ci sta ascoltando anche adesso. Ed è raro che qualcuno ascolti. Sopratutto oggi, chiusi nei nostri limiti.

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