• Davide Spinelli

Alla ricerca della libertà. «I predatori» di Sergio Castellitto

L'esordio del figlio d'arte è folgorante, arrabbiato, cinico, generazionale.


Castellitto figlio a quanto pare ci sa fare. La matrigna de i predatori è Dogman (2018). La periferia distopica di Garrone qui diventa iper-realistica, parodistica. La bellezza del somaro (2010) è il papà del film, in tutti i sensi. Favolacce (2020) è il cugino. Con il primo scambia la tragicommedia degli errori in commedia degli orrori; dal secondo prende la relazione temporale: sono entrambe delle fiabe di sopravvivenza. I predatori è solo più riconoscibile. Il luogo non è mascherato; il racconto è antiepico, disperato.


È una storia arrabbiata, cinica, generazionale. Credo Castellito si masturbi intellettualmente un po' troppo sottolineando ogni dicotomia: figlio-genitori, film-altri film, popolo-intellettuale. Ma è il vizio dell'esordio (?). Che resta, quantomeno, folgorante, inaspettato. Flirta con il senso di libertà, partendo da un escamotage umanissimo: mentire.






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