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«If Beale Street Could Talk» di Barry Jenkins

Aggiornato il: 6 giorni fa



Quest’anno, dopo la storia di BlacKkKlansam di Spike Lee e quella di Green Book di Peter Farrely - entrambi candidati come Miglior film ai prossimi premi Oscar - è la volta di un’altro intenso racconto che schiude, ancor di più, lo spazio nella Hollywood contemporanea in cui affrontare il tema della cosiddetta “questione nera”: If Beale Street Could Talk (Se la strada potesse parlare, nella versione italiana) di Barry Jenkins (premio Oscar per Moonlight lo scorso anno).

Tish (Kiki Layne) e Fonny (Stephan James) sono due ragazzi cresciuti nei dintorni di Beale Street, e la loro amicizia, lentamente, è diventata amore. La pellicola, invero, si apre con inquadratura dall’alto che ritrae i due mano nella mano mentre camminano per la strada di New Orleans, poco prima che la voce fuori campo della ragazza agganci un altro piano temporale alla storia, oltre a quello in cui i due amanti si sono conosciuti e hanno fatto crescere il loro amore.



Le scelte di Jenkins costruiscono la narrazione all’interno di un montaggio alternato molto lento, che parallelamente a una sceneggiatura adattata (dal romanzo omonimo di James Baldwin - in foto sopra) delicata e incisiva al contempo, e una colonna sonora (il candidato all'Oscar Nicholas Britell) dai toni classici e struggenti, elicitano come l’amore abbia aiutato e sostenuto generazione e generazione di giovani ragazzi in Beale Street; solamente l’amore, in grado di contrastare la violenza del pregiudizio con la tenerezza quotidiana - «non auguro a nessuno di vedere la persona che ama dietro un vetro», dice il voice over di Tish nella miglior battuta del film.


Ma se rimanere coinvolti dall’ingiusta del carcere cui dovrà subire Fonny per essere stato accusato da un poliziotto razzista di aver stuprato una donna bianca è inevitabile, è necessaria un’analisi se possibile più profonda della pellicola, appunto per l’intenzione paradigmatica e propositiva che desidera mettere in scena. Se la strada potesse parlare, molto spesso, si perde in se stessa, nella continua e costante volontà di mostrare al pubblico da che parte stare, quando invece - come detto - l’inevitabile coinvolgimento umano ed emotivo che suscita la vicenda amorosa di Tish e Fonny sarebbe già in grado di per sé di fornire una solida base su cui edificare il messaggio globale del film. In questo senso, poi, le scelte dei primissimi piani dovrebbe oltrepassare finanche il significato delle parole stesse, così da raccontare un sostrato psicologico insondabile, ma è evidente come il duo protagonista si sciolga nell’incapacità di sostenere questa intenzione, anche e sopratutto “sopraffatto” da un cast di comprimari di primissimo livello, che tende (anche inconsapevolmente) a prendersi la scena. Su tutti, in un magistrale ritratto di famiglia, il padre e la madre di Tish: Colman Domingo e Regina King (candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista).




La richiesta di attenzione della regia attenta, emotiva e sempre subordinata di Jenkins è lampante, ma l’eccessiva volontà didascalica rischia di sfumature in un puzzle di intenzioni artificiose, che restano imbrigliate nei colori insistenti della fotografia (James Laxton).





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