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Il D-Day della scuola. «L'appello» di Alessandro D'avenia



Alessandro D'avenia divide: a molti dà fastidio che i suoi libri vendano (molto), nonostante la sua (dicono) non sia grande letteratura o, al massimo, "solo" letteratura per ragazzi, per altri (ragazzi e non) non è solo uno scrittore amatissimo, ma una guida. Dalla volta in cui lo incontrai al Salone del libro di Torino nel 2018, il suo essere un Virgilio moderno per moltissimi ragazzi mi è da subito rimasto impresso; riguardo la prima questione, invece, credo che il suo ultimo romanzo - L'appello - ci aiuti a capire meglio.


Definire cosa sia la letteratura (o persino la grande letteratura) credo sia tanto difficile quanto inutile. A livello narrativo l'ultimo romanzo di D'Avenia ha alcuni elementi fuori posto, che sfociano talvolta nello stereotipo fastidioso. Tuttavia, più si procede nella lettura de L'appello, più il patto tra autore e lettore è chiaro: l'inverosimile prende il sopravvento in modo consapevole, senza che la necessità del reale sia disattesa. D'Avenia ha costruito un romanzo che è una fiaba quasi parossistica, a cui ha affidato - che piaccia o meno questa scelta - un messaggio ineludibile.


L'appello è un romanzo solo nel suo senso strumentale, è bensì un testo programmatico. D'Avenia offre sia una prospettiva, sia delle proposte concrete, ne è una prova l'elenco dei venti punti che dovrebbero indirizzare l'agognata riforma della scuola. In questo senso, ogni critica letteraria non c'entrerebbe il punto: se da un lato la tenuta della forma è spesso difettosa, dall'altro il contenuto diventa forma stessa nella sua misura urgente e feroce. Il messaggio de L'appello - questa riscoperta quotidiana dei volti e dei nomi dei ragazzi - è univoco e non fraintendibile: la scuola, così com'è, non funziona; la pandemia ha aggravato una situazione verso cui domina l'indifferenza da anni nel nostro paese.


La denuncia di D'Avenia non è solo esterna al corpo scuola, ma proviene anzitutto dall'interno. D'Avenia coinvolge tutti, dai vertici del sistema scolastico fino ai professori di ogni singolo istituto. I quali, ebbene se ne rendano conto una volta per tutte, tengono fra le mani un peso e dunque una responsabilità enorme, ossia la vita di milioni di ragazzi, che per quanto possano essere sbruffoni, disinteressati, irrispettosi, restano plasmabili e sensibili a ogni indicazione di un insegnante, anche se non lo danno a vedere. Non è difficile da capire, anche per quegli insegnamenti che si divertono a fare la paternale a una classe di un liceo scientifico del centro città e non hanno mai messo piede in un istituto ai margini della periferia di grandi metropoli come Milano, Roma, Napoli. Il punto 20 è sacrosanto: «l'alunno non è mai un problema, casomai ha un problema, e lo risolve insieme agli altri compagni o al Maestro». Sugli altri punti, che si utilizzi la situazione di stallo causata dalla pandemia per far convergere tutte le idee possibili, poi che si passi alla fase della realizzazione. Dire che siamo fuori tempo massimo è retorica, ma c'è chi scrive un romanzo e agisce quotidianamente, a ognuno la sua missione. Quella di D'Avenia è chiarissima, e va rilanciata anche da chi non lo apprezza.

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