• Possibilia

Il primo e l'ultimo giorno dell'anno


Natura morta, di Giorgio Morandi

Una notte mi ha chiamato poco dopo le due.


Ho bisogno di te, mi ha detto.

- Magari dormivo.

- Quelli come te non dormono a queste ore.

- Quelli come me?

- Si.

- Perché? Che tipi sono quelli?

- Quelli che non danno importanza al tempo, tranne quando perdono qualcosa.

- Un attimo.


Ho dato la mia pancia glabra al freddo. L’ho incontrato per poco, prima di infilare una camicia viola col taschino laterale, dove gli occhiali da sole sporgevano leggermente. I pantaloni blu notte lungo le cosce; i calzini a pois; i mocassini marrone scuro, tutti sporchi d’erba; gli anelli alle dita; lo smalto per scherzo sull’indice e l’anulare, rosso brillante, come le luci di natale al piano terra. Ancora accese; mia madre si era dimentica di staccare la spina. La casa può andare a fuoco se non ti ricordi, dice la sera prima di chiudersi nel letto. Il giubbotto di jeans, vecchio, sopra le spalle, e la mia immagine allo specchio. Unta, dalla cera del sonno, con l’occhio sinistro incapace di aprisi completamente alla luce; i capelli ancora stretti nella morsa dell’onda del cuscino. Ho preso le chiavi, e ho violato la toppa senza chiedere il permesso. Le luci del natale passato mi hanno investito. Ho stretto le chiavi nel pugno che ho chiuso in tasca. Fumavo vapore acqueo, ricordandomi com’era quando strisciavo tra le labbra una Lucky Strike rossa. Buffo: ho l’abilità di dilatare il tempo come fosse una grande matassa di lana. Non me ne accorgo neanche; mi sfugge sopra i polpastrelli come neve. Che scende piano, dentro di me, fino a paralizzarmi, quando tutto quello che ho lasciato andare pretende un posto nella panchina dei ricordi.


- Eccomi. Che succede?

- Mi sono appena accorta di una cosa bruttissima.

- Cosa?

- Ho perso la mia sciarpa. Quella grigia, grande.

- Dove?

- Credo di averla lasciata in metropolitana.

- Mi hai fatto prendere un colpo!


L’ultimo giorno dell’anno è proprio una panchina, sul ciglio della strada, che per l’occasione si trasforma nell’ultimo bordo del mondo. Perché il giorno successivo siamo tutti pronti a salpare. Davanti a noi solo mare aperto. Ma c’è un secondo - quando dalla panchina saltiamo sulla nave - in cui si siede accanto tutto quello che pensiamo di non aver considerato. È un attimo breve, a cui spesso è concessa un’importanza insignificante, ma che ci accompagna ogni volta che ricominciano da capo. Una convenzione, una regola, che però in fondo ci piace, perché ci assolve sempre.

Su quella, si accomodano tutti. Si manda avanti come col telecomando: una scena di questo, una di quest’altro. Sarà che dentro di me vedo solo tanti modi per iniziare. Una lettera - Cara Veronica -, Una frase - ecco io… -, un gesto - stringere la mano in un pugno e battermelo leggermente contro la fronte -, una sigaretta - accendino nella mano sinistra, aspirando lentamente mentre il tabacco inizia a fumare -, la barba - dai baffi -, una carezza - coi polpastrelli -, una chiamata alle due di notte - magari dormivo -. Ho solo bisogno che qualcuno mi dica come continua la storia: possibile non sia così evidente?

A volte però, chi mi fa notare che non ha importanza, forse non ha tutti i torti. Che importa descrivere? C’è Marco che si alza dal letto e vuole andare in cucina a fare colazione, apre la porta e la supera, richiudendola piano per non far svegliare Carolina. La porta è marrone e molto antica e ha i cardini dorati e… a che serve? Davvero: è solo una cazzo di porta. Può importare il modo in cui qualcuno la vede? Che sia ubriaco o sobrio, rimane sempre una porta. Ed è vero, non saprei come rispondere a un’accusa di questo tipo. Se non in un modo, con una frase che ho letto poco tempo fa, che più o meno diceva così: certa gente non capirebbe la letteratura nemmeno se questa gli facesse un pompino. Anche questo è vero.


- Ora dove sei?

- A casa.

- E che fai?

- Penso piangerò perché ho perso la sciarpa.

- Piangi anche per me allora.

- Che ti è successo?

- Niente, ma ho bisogno che ogni tanto qualcuno pianga per me. Come quando qualcuno ti chiede di pregare per lui.

- Che cosa strana.


Sulla panchina tendo a guardare sempre gli stessi canali, prendendomi ogni tipologia di insulto: sei noioso, e cambia!, molla!, che palle. Ma che ci posso fare, la nostalgia è un vizio che solamente chi è lontano dalla realtà può permettersi, perché tutti gli altri ne rimarrebbero prigionieri. Nessuno mi convincerà mai del contrario, è come diceva Yeats: nei sogni iniziano le responsabilità. Si signore, proprio così. E nell’ultimo giorno dell’anno, si accumulano tutte, per lasciare posto a quelle che saranno la mattina seguente - le stesse, solo con un nome diverso. Ma ho imparato che per chi ha solo modi per iniziare, ogni scusa è buona per rubare una fine da qualche parte. È così che quella scena diventa la nostra scena, o quel lieto fine, quello che vorremmo anche noi. Anche se siamo tutti tormentati da una domanda per lo più banale: com’è il nostro di film? Bello abbastanza? Mio Nonno mi ha insegnato che non ha paura di morire, ma di non aver detto abbastanza - infatti non fa che parlare ultimamente.


- Come sei vestita?

- Ma che dici?

- Ti chiedo come sei vestita.

- E che ti importa? Ho il vestito bianco.

- Quello corto?

- Si


Questo mondo è una marea di storie, che il primo dell’anno si distendono sull’acqua, come panni al sole. Mentre una voce che canta da lontano ci richiama. Tira la cravatta - tanti inizi (ancora): l’amore di una moglie, il silenzio di un neonato, il preservativo tra le mani, il dolore di un adolescente, il vomito per terra e il sudore che si appiccica al pavimento.

Alla fine la sbronza è d’obbligo, non per dimenticare quello che abbiamo sbagliato, ma per evitare il passaggio dalla notte al giorno, tra la fine e l’inizio. È il duello entro il quale racchiudiamo qualsiasi cosa: l’intensità di un bacio, la durata di un viaggio, la sberla di un padre, la cottura di una torta, le pagine di Cecità. Eppure, questo passaggio - tra ciò che ormai chiamiamo vecchio, e ciò che per pochi secondi riconosceremo come nuovo -, fa più paura. Ci troviamo tutti racchiusi nello stesso sapore: fumo stantio appiccicato alle magliette e ai capelli, fin dentro le ossa, per fuoriuscire a ogni parola; dentro il letto e sotto gli occhi.


- Oggi Sienna mi ha chiesto una cosa strana.

- Cioè?

- Il cielo può cambiare colore per sempre?


È una cosa buffa, anche questa. Quella che si guardi tutti in alto per alcuni secondi. Buffa, perché è sempre lì, ogni giorno, ed è di tutti. Riguardo al nostro rapporto col cielo posso solo citare Murakami: Non sarebbe meglio se rimanessimo separati fino alla fine, conservando il desiderio di incontrarci? In questo modo continueremmo a vivere mantenendo intatta dentro di noi la speranza di rivederci, un giorno.


- Buonanotte.

- Aspetta.

- Cosa?

- No, niente.

- Niente?

- Ho avuto un'idea stupida.

- Cioè?

- Volevo solo sentire la tua voce ancora una volta.


Ho guardato lontano. Oltre la chiamata. Siamo l'eco di un barca, oltre le onde che piegano la scia.

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