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Intervista doppia nel reparto surgelati




L’ho conosciuta che eravamo dopo la metà del giorno. Fuori era buio e abbiamo mangiato della patate fritte. Ha capito che le salse non mi piacciono. C’erano tanti gradini che ingannavano l’età. Una era molto più alta delle altre. Una tifava la Roma. Una godeva a sorridere. Una con la frangia. Io con un giubbotto nero senza pelle. Magrissimo. Non mi ricordo qual è stata la prima parola. Ma ho scritto su un foglio bianco l’acrostico del suo soprannome. Ha sempre avuto la fronte molto larga e il naso oltre lo sguardo.

L’ho conosciuto che era autunno. Festeggiavo. É caduto nei gradini con le mani unte, mentre si spogliava del giubbotto di plastica. Parlava in continuazione. Ho capito come si chiamava alla fine, quando non mi ha salutato. C’era già l’odore di un’idea lunghissima. Le scarpe blu elettrico, jeans bassi e la barba senza intenzione.



È stato a casa mia, dopo aver cucinato. Ero sicuro, ma quando l’ho vista nuda ho tremato. Era tutto da rifare. Mi ha toccato il braccio destro e l’ho guardata. Non c’è stato altro. La sua pelle sapeva di borotalco. È stato duro e ruvido. L’ho detto in fondo alla via poco prima dei cassoni dell’umido che non ci sono più.

È stato a casa sua. Indossavo degli slip blu e un vestito che non ricordo. Abbiamo salito le scale di fretta. Sul letto si muoveva piano. Ero pronta ma non volevo. Era qualcosa di simile alla paura ma di cui non saprei cosa dire. Mi sentivo un po’ lui, quando scrive senza collegare. È stato surreale. Io l’ho detto prima che arrivasse mio padre. A lui piacciono i lampioni a goccia.


Quando l’ho vista uscire dall’ascensore. Era ferma, le braccia sottili, i capelli pesanti stretti in un laccio. Fare l’amore è stato aggiustare una cicatrice.

Da quella telefonata è cambiato. Il ghiaccio ha avuto il tempo di ricostituirsi. Il cuore batte più lento, se non fosse per la corda tendineoparapicale che si muove senza ritmo tra un atrio e l’altro. Ha pianto ed è stata la prima volta con me. È successo all’improvviso e ha dimostrato che le cose travolgono. Di fronte, mentre lo vedevo partire la mattina presto dopo che era stato nella mia camera di nascosto. Non ha mai imparato a riconoscersi.


È stato dopo l’umido. Ma ho tenuto il viso asciutto, mentre spaccavo lo stipite della porta. La sua amica mi ha scritto che non potevo perdere gli anni migliori del suo culo. A me piace di più il bordo della schiena, quando dico all’Iphone di riprodurre per cinque minuti la stessa canzone.

Doveva morire. Ma deve ringraziare che non l’ho ammazzato io. Non ho ancora capito come ha fatto, eppure ha saputo umiliarmi. Mente per tutte le cose che non sa dire. L’ho odiato come si odia chi sa il tuo colore preferito.



Più volte siamo stati qualcosa che non è tornato ed è rimasto senza forma a ribellarsi di un bacio con troppa lingua. Certe cose devono ribadire la loro capacità di saper finire. Al bar, sul letto, sul divano e nei sassi di una piazza che fa il giro su stessa. Ci sarà un ricordo sporco che in qualche modo avrà il coraggio di chiamarti al telefono e stare in silenzio. A toccarsi. Di dolore, ansia, mentre urli che non sopporti quelli che mettono i pavesini nel tiramisù. Resto seduto a scrivere alle tipe che dicono di me cose false di giorno.

Ha la barba a buchi perché non ha voglia di crescere, dietro un tessuto per lo più impenetrabile. Due persone che non centrano nulla l'una con l'altra. Dovresti farti delle domande mentre mi guardi. Hai detto, può diventare più grande di così. Lo è stato. Tra i piselli surgelati per fermare il tuo sangue di naso e la mia voglia di fare finta di niente.


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