• Possibilia

Io e Anna al Gate D59


L'abbraccio, Vettriano

Mia figlia le chiama pinne. Le ali in coda agli aerei. Quelle cose grandi che le persone come il papà prendono per andare in posti lontani da casa. Per alcuni giorni, magari per lavoro, o per scappare. Alla ricerca di una ragione per farlo. Sto cadendo, le dico con gli occhi. Mi stringe in un abbraccio debole, che per lei è la cosa più forte.

Gli aerei nuotano nell’aria inquinata di Charles de Gaulle. Una città per volare, tra le nuvole. Come Bespin, il pianeta dell’Impero colpisce ancora. Anna dice che per il prossimo carnevale vorrebbe vestirti da Padme - sono anch’io perdutamente innamorato di Natalie Portman, ma forse per motivi diversi. Lei viaggia in un mondo che è parallelo al mio, e che se le chiedeste come si sente, non saprebbe che altro dire se non, bene. Racchiude tutti in una parola sola. In uno sguardo assonato, quando dice, Papà non andare. Ma a volte papà deve partire, lenendo una solitudine decisamente stupida, che lo vizia da un po’ di tempo. Però, gli aeroporti lo aiutano. Il Gate D59 aprirà tra mezz’ora. E papà siede su un poltrona di pelle nera davanti alle piste di questi enormi animali volanti, che sono pieni di gente che parte, e gente che torna - tutti sospesi in questa bolla di indecisione. Siamo malati. Cronici. Raccontiamo di un destino, e scegliamo quello che rimane. Ma forse è solo nostalgia. Io la conservo in fondo alla gamba. Dove stringe la caviglia un elastico per capelli neri. Quelli di Anna. Che in realtà si scoprono più chiari al mattino, quando si specchia nel pezzo di vetro al muro. Ed è grande. E io sono vecchio, quando c’è l’odore delle querce davanti alla sua scuola; se riempie l’astuccio con un rilevante gruppo di evidenziatori, che fanno da controllori alla sua anima rocciosa. Sono vecchio, quando la sento vicino al cuore, e distrugge una lontananza che non so controllare a parole.

Quanto sono lontano dalla paura ora? Se mi fermo a pensare a cosa è giusto.


A Parigi l’ho portata con me qualche anno fa. E ogni volta che aspetto siedo dalla stessa parte del Terminal 2D. Guardava gli aeroplani. Chissà se le pinne possono muoversi, avrà pensato. Abbiamo cenato da Cesar con un due pizze enormi, mentre lei dondolava le forchette al ritmo del jazz di strada - un sogno appena abbozzato. Profondo, che le si legge sulla pelle tutte le volte che prova a riconoscere da dove viene. E chi sarà. Io, più la guardo, più mi convinco che la bellezza trova la sua ragione anche se tutto è destinato a finire. L’unica intuizione di immortalità che sento di scrivere. Proprio quando l’ho aiutata a sorseggiare una spilla di birra nel Boulevard du Montparnasse. Un fiotto di luci incontrollabile, che testimonia come le persone siano anzitutto città. Strade e lampioni combinate in una simbiosi quasi totale, che risponde all’unica regola della tenerezza; della parola casa.

Col tempo ho imparato ad allagarne la forma. Comincio a pronunciare il nome casa in maniera più spontanea, come fosse la normalità (così dovrebbe essere). Il problema sta nel fatto che vado costantemente oltre le persone. Ci entro, letteralmente. Rubo. Poi scappo. E dimentico. Quando dovrei solamente imparare e restare. Ma io ho Anna. Kafka diceva che bisogna restringere il proprio cerchio e vedere se ci si rimane dentro. Anna è al centro. Anche nel sedile del Boing 737 che sto aspettando.

Quella mattina, tra le briciole di un Croissant salato, mi ha raccontato che aveva sognato una cosa strana. Trovare un’anatra in giardino. Viva, che camminava libera tra l’odore dell’erba appena tagliata. Silenziosa, in attesa del suo posto. Secondo te cosa significa, mi ha chiesto.

Vorrà dire che qualcuno dei tuo fidanzati prima o poi ti regalerà un’anatra, dissi scherzando. La sua espressione si fece seria. Dici? Dico. Ridemmo tutti e due sputando ali di brioche. O meglio: pinne. Siamo fatti di cose così piccole.


Anna ora è grande. E ha un nome bellissimo. Che sta nel palmo della mano, e quando la chiudi lo senti pulsare. Come quando qualcuno mi ferma e mi chiede: chi siete? Ma come chi siamo gli dico, siamo Io e Anna. Non c’è altro nel mondo. O almeno così mi hanno detto.

Oggi la vedo più magra, o forse è solamente colpa mia che mi dimentico di abbracciarla più spesso (lei direbbe che è merito della palestra invece). Ma il suo modo di crescere assomiglia crudelmente alla forza del vento, che sfugge alla presa di chiunque. Anche la mia è pronta a fallire. Così assorbo con attenzione i suoi gesti quando capita che mi aggiusti la cravatta al mattino, o mi racconti quanti figli vorrebbe avere. Il sabato aiuta a fare i compiti a un gruppo di bambini autistici - quelli che hanno un cromosoma in più, come mi ricorda spesso. Ne sono orgoglioso perché la vedo felice, e per quel poco che posso ne rivendico una parte. Piccola. Come un trancio di pizza. L’essenziale per resistere quando hai un buon motivo per farlo.

Però penso che sia il momento di lasciar perdere. Che i sassi cadano rumorosi dalla rupe, e che possa inciampare nel ferro battuto del Ponte degli Artisti senza che i ricordi mi sollevino dalla responsabilità che dovrei tutelare. Sarà che i figli invecchiano, ma Anna mi tiene a galla, come se fosse un gigantesco masso di granito rosa. Gli stessi che siamo andati a vedere un’estate di tanti anni fa nel nord della Bretagna. Dalle parti di Perros-Guirec o qualcosa del genere. Vedi papà, mi ha detto. L’oceano mi piace perché da qui la prospettiva non può che cambiare. E io mi sento all’interno di questo gioco. Sto navigando verso una meta precisa, ma di tanto in tanto alloggio in un piccolo porto. Allora mi dimentico dove sto andando. Ma continuo ad andare, perché i materiali sono sempre gli stessi. Penso che sia qualcosa che mi sussurri la mamma. La storia delle lettere. Tutti hanno a disposizione le stesse. Può cambiare solo l’interpretazione.


Anna è cocciuta e bella. Anche se si copre il naso quando gesticola, pensando che la gente non se ne accorga. Il che la rende irresistibile quando si arrabbia, o fa finta, il più delle volte. Perché come il papà, non ha mai capito l’abitudine di rovesciare ricordi e ferite sugli altri. È una questione di fiducia, che è tutta da trovare. Magari fossimo in mezzo al mare di cui parla. Non ci sarebbe altra possibilità che fidarsi in quelle condizioni. Ma è davvero importante volere di più di questo? Perché a volte mi stanco di cercare la mia voce.

Il volo per tornare a casa durerà all’incirca due ore. In cui leggerò L’uomo che trema di Andrea Pomella. In coda, mi precede una famiglia con tre figli. Piccoli, che litigano. Vibra la tasca. È Anna.

Mi racconta che ieri sera è uscita con un ragazzo. Ma forse non le piace. Oppure ha deciso che non dovrebbe piacerle. Perché è difficile e lei è stanca. Mi dice che lui è simpatico, ma a volte parla troppo e non sa quanto sia capace di dire la verità, almeno su stesso. Perché Anna sente la solitudine come faceva sua madre. Tra i diamanti e l’acqua bassa. E il suono del vento, che si sente ma non si vede. Indomito. Scompiglia e sposta. Ma a chi la racconti una cosa così? Stiamo parlando di una di quelle bellezza da toccare con cura, mentre il mondo scorre e ruota, ma per noi è sempre fermo.


Le grandi pinne stanno cominciando a muoversi oltre le vetrate sporche dell’aeroporto. Qualche posto indietro, è seduta una donna con un maglione e una anatra disegnata al centro. Sorrido, perché penso ad Anna e al modo in cui potremmo essere complici per tutta la vita. Anche se - come ogni volta che sto per partire - mi viene in mente che forse è l’ora di lasciare andare un po’ di cose.

Salgo la scale, la brezza agita il mio corpo. È iniziato a piovere. E il mondo si abbraccia sotto un ombrello. La cabina bianca e arancione e mi aspetta. Una ragazza dell'età di Anna sta ascoltando un pezzo dell'ultimo A star is born. Anna non fa altro che cantare Shallow ultimamente. Chissà da cosa vorrebbe essere lontana. Devo andare, ci sentiamo dopo, dico ad Anna. E lei, prima di lasciarmi andare, mi chiede: Papà, dimmi qualcosa di vero.

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