• Possibilia

Io e le mie coinquiline M&M

Aggiornato il: 22 feb 2019



New Armony, di Paul Klee

Succede che all’improvviso mi alzo perché c’è un rumore. È Magalys che canta. Oscillando tra note improbabili e confuse. Sollevo il busto dal letto. Il mal di testa non passa. La canzone nemmeno. Mi trascino in cucina. Scaldo l’acqua per il . Magalys è lì. Avvolta nella sua coperta di verginità. Canta. E allora canto pure io, perché certe canzoni le sanno tutti. Stupita, mi sorride con gli occhi di Dio. Trattengo un sorriso che vorrei fosse rispetto. Perché io ho paura, e lei non l’avrà. O così dice. Le poche volte che non canta e mi lascia dormire.


Magalys ogni sabato mattina si sveglia all’alba. Quando il sole non sa nemmeno dove sta, e gli spazzini trovano l’immondizia della sera prima. Io sto ancora comprando della focacce lungo la via che scende al fiume. Non mi interessa nessun pensiero. Le idee sono vapore sulla pelle di carta di chi vuole vedere le quattro scorrere sull’orologio bagnato dalla nebbia sibillina. Niente paura: Magalys è sveglia pure alle quattro. Canta? No. Grazie a Dio: è il caso di dirlo.

Da ragazzino ho fatto il chierichetto. Nel gruppo c’era la ragazza che mi piaceva. Non mi ha mai considerato, ma le cose più attraenti sono quelle che non riesci a prendere al primo affondo - a che numero siamo? Attento, direbbe lei. Noi siamo di qualcun altro. E di chi? Meglio se cantiamo. Più forte. Comunque questa cosa del chierichetto l’ha conquistata come un bambino che scopre il suo nuovo giocattolo - a me piacevano tanti le micromachine. Gliel’ho detto, perché mi ripete spesso che potrebbe essere mia madre. Ma allora che ci fai qui? Sento di voler fare qualcosa. Quando mi racconta che a natale non tornerà a casa. Starà qui. Mi consola il fatto che forse si sentirà meno sola di quanto mi sentirei io. Canta e prega. Che come fa? Mi sono sempre sentito un po’ ridicolo a non saperlo fare. Devo aver pisciato quella lezione quando facevo catechismo - anche le catechiste erano niente male. Ma come dice Cresce’ ce ne sono poche come la ragazza di stasera. Di cui non posso fare il nome, ma tanto Manzoni sa di chi sto parlando. E basta!, direbbe Magalys. No, scherzo, non lo direbbe.


Prima o poi dovrò chiedere a Marica come si fa la lavatrice. Che mi ricorda una navicella spaziale. Quella di Apollo 13. Speriamo non si rompa, anche se l’altro giorno ha dato dei segnali di cedimento. Fumo. Huston abbiamo un problema. Uno dei tanti, tralasciando il disordine e l’odore di pesto della mia camera. Eppure l’ho buttato.

Marika ha un taglio degli occhi particolare. Sottile, ma ampio al centro, che racconta di voler ascoltare. Ore e ore. Magalys e le sue genesi. O i miei dubbi. Lascia da parte l’orgoglio, ha detto. Ma chi ha voglia di strappare i cerotti? Lei, che da laggiù si è catapulta sotto un cielo londinese senza Londra. D’altronde preferisce Parigi - il ponte illuminato davanti a quello Coperto sembra l'imitazione imbruttita del Pont Neuf. E di notte, il fiume scorre lento. Le immagini prendono sostanza, come le mani che seguono le linee più nascoste del corpo. Perché conoscersi significa ricordare gli odori penetranti, le scelte sbagliate, gli abbracci sommessi, quello che non mangi. In un racconto che per la maggior parte del tempo procede a ritroso, com un’onda. La corrente trattiene a riva. L’eternità si brucia sotto il coperchio di una pentola. Nell’estate delle incertezze, quando il suo amore è stato soverchiato da una passione irrazionale. Che ha assunto le forme di una scelta. Poi sbiadita, quando il mondo che hai dentro torna prepotentemente a farsi sentire, e riscopre chi sei. Ti vedi con i sogni di qualcun altro. È bellissimo.


Sarà così che un terrazzo diventa una pista da ballo. Lo stendino una batteria. La città un mare di biglie. Vogliamo tutti solo parlare, quando la marea si ritira e non c'è più nulla da nascondere. Marika mi racconta che non arriva alla doccia, ma tanto non si può abbassare. E per di più perde. Ma che ci vuoi fare: quello che è messo assieme per forza tende a rompersi. Allora siamo in argomento quando riparliamo di Grey's Anatomy. Mi manca l'ultima puntata dell'ultima serie, le dico. Perché non l'hai vista? Non rispondo, ma le ricordo il matrimonio di Jackson e April. Quanto ho pianto. E io, da quant'è che non piango?

Mi limito a incollare. Pezzi di mondo, che dicono non centrino tra loro. Perché mi piace fissare l'istante in cui riconosco qualcosa che non si può sostituire.


Tutti e tre nascondiamo qualcosa. Ci ritroviamo alla fine di un’imbuto - un vicolo che rimpicciolisce e costringe a incontrarsi. Allora apro la zanzariera e usciamo a fumare in terrazzo. Le persone passano. Neanche troppe. E le cose che ho dentro rinascono - speriamo esca qualche bel ricordo. Da raccontare. Di cui vivere, quando questa città dimentica la felicità sotto i piedi. Non resta che cercare un luogo che non esiste: il radiohead.

Ma di che mi preoccupo. Abbiamo tutta la vita davanti. Davanti a un bar. A scambiarci cicchetti. Mentre le bionde passano e noi le vorremmo quagliare. Ma quasi ogni sera, dal terrazzo, mi viene da ridere pensando che tutti mi chiedano perché scriva sempre di donne. Racconti sempre di donne. Che palle. Ma che ridere. Perché è buffo. Non ha ancora capito nessuno che in realtà parlo solo di te. Che stai leggendo. Beccata.

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