• Possibilia

Julian Schnabel e il suo «Van Gogh - sulla soglia dell'eternità»

Aggiornato il: 6 giorni fa



In un'intervista rilasciata a hotcorn.com Julian Schnabel ha raccontato come sia stato «molto divertente esprimersi tramite Van Gogh», e di come, per la regia di At Eternity's Gate (il titolo originale inglese del film) abbia cercato di immedesimarsi completamente nell'estro del genio del celebre pittore olandese. Il quale - anche di recente - è stato più volte portanto sul grande schermo, ma che con le scelte di Schnabel riesce in una direzione tutt'altro che semplice: la sua storia, che conoscono tutti, è raccontata come se non lo avesse mai fatto nessuno. Avviluppando la narrazione intorno a un concetto di appartenenza: «Voglio solo essere uno di loro», sono le prime parole del Van Gogh del regista americano.


Quest'ultimo, se da un lato ricorda minuziosamente l'immaginario che ha miticizzato Van Gogh - il cappello di paglia, la barba incolta, la benda sull'orecchio -, dall'altro non inciampa in qualche facile manierismo stereotipato. E anzi, plasma l'occhio della camera, e del spettatore attorno a rapporto tripartito tra forma, modo e sguardo. Ecco, quindi, che la pellicola di Schnabel è quasi interamente racchiusa in una rappresentazione che ossessiona il carattere fotogenico per eccellenza: il primo piano. Che qui taglia continuamente i volti, anche durante i dialoghi, resi quasi in piano sequenza, mentre oscillano da un attore all'altro. In una dialettica ripetuta di soggettive - la cifra stilistica della pellicola.


William Dafoe e Rupert Friend

In questo senso, a differenza di quanto fatto nei lavori precedenti sulla biografia di Van Gogh, Schnabel sposta l'attenzione sul come raccontare e non sul cosa raccontare. Così le soggettive si impregnano dello sguardo dell'artista stesso, quando i colori sfumano verso il giallo o la visione del mondo è annebbiata e sfuocata. Altresì, è anche il movimento ad essere il più soggettivo e coinvolgente possibile, sopratutto nella scelta di non utilizzare la steadicam, ma lasciare che i fremiti e il tremolio della camera a mano raccontino il passo incerto di Van Gogh. Al quale William Dafoe regala un'autenticità monumentale. Non tanto con parole, ma affidandosi a ciò che è intrinseco nella pratica dell'attore per la sua veridicità: il corpo. Che si scopre sopratutto nella lunghe pause in cui la sceneggiatura scompare e lascia spazio a una colonna sonora (di Tatiana Lisovskaya) dai toni fragilissimi ed esistenziali.


Sulle soglie dell'eternità, di Vincent Van Gogh

Schnabel realizza un biopic dai margini stilizzati, nei contorni di un'estetica quasi visionaria. Che forse forse però appone un "problema" alla pellicola: a volte sembra che resti troppo nella mente del regista. La materia, quindi, non sempre plasmata a sufficienza. Ma dov'è che manca corporeità, Dafoe si rivela essenziale. Per un racconto di Van Gogh evanescente, inedito e personale.




Seguici
  • Bianco Instagram Icona
  • Bianco Facebook Icon

Tutti i marchi, loghi, sigle, brand, immagini non esplicitamente appartenenti a possibilia.it sono dei rispettivi proprietari.

 

È vietata la riproduzione, anche parziale, di immagini, testi, pagine e di ogni componente presente nel sito.

 

©2017 www.possibilia.it - tutti i diritti sono riservati. 

  • Black Facebook Icon
  • Black Icon Instagram