• Possibilia

Julie Blue


Ritratto di profilo, Anonimo

A vent'anni ero steso sul pavimento della mia camera. Che continuava a girare. Sul comodino la riproduzione casuale dava Let’s twist again di Chubby Checher. Senza un motivo mi alzai, cominciando a battere le mani a tempo e girare intorno a letto. Mi specchiai un paio di volte in fondo al corridoio e mi innamorai del modo in cui la barba rimaneva aggrappata al soffitto del mento. Poi feci un rapido movimento di bacino e finii disteso sul letto – coperte blu avio, tra qualche sfumatura di verde e arancione. Con un unico pensiero: Let’s twist again! Poi, senza preavviso, l’aria si riempì di Miss me, di Joe Purdy. E la cosa iniziò a farsi seria. “Do you miss me? Sa, mi scusi, non è potuta venire, un contrattempo” – mentre il vellutato sottofondo musicale richiamava il suono di un’amara fisarmonica.


Prima di potermi vergognare, notai mio padre obliquo sullo stipite della porta.

Perché lo sappiate – mio padre – ha gli occhiali sottili, sopra un naso mediamente grande, che accompagna gli occhi scuri. Scurissimi se doveste parlaci di notte. Il resto del corpo - in quel momento - lo vedevo troppo sbiadito e non ho mai saputo descrivere a memoria. Cioè: l’altro giorno leggevo su un libro dalla copertina cremisi che il metodo scientifico, o quanto ci è vicino, è anche basato sulla capacità di capire e comprendere le cose prima che qualcuno le veda. Ora - non che io me ne intenda - ma vorrei solamente precisare il contrario, ovvero che io sono dall’altra parte: vedo le cose e allora le descrivo; e credetemi se vi dico che comunque non è così semplice. Ah si, dimenticavo, mio padre ha anche la barba, ormai grigia e meno lunga della mia.

Davanti al letto dormivano 4 bottiglie: 3 birre e un Pampero. L’ultimo era terribile, ma dopo la terza birra cominciò a piacermi. E quando riflettei su questo, feci caso che mio padre era sempre nella stessa posizione.

- Che c’è papà? - chiesi. Si sedette sul letto davanti alla portafinestra che dava sul terrazzo, oltre la quale l’oscurità della notte cominciava a essere penetrante. Controllò che le tre birre fossero completamente vuote e allora sollevò la bottiglia di Pampero per accompagnarla sulle proprie labbra.

- Ascoltami - disse. - Hai presente le mollette che tua madre usa per chiudere i biscotti? - (si fece un altro sorso) - è meglio non averle sul parabrezza della propria macchina. Si sbanderebbe, no? -. Non credevo l'alcool potesse avere un effetto così immediato. Eppure, non so perché, volli prendere sul serio quello che stava dicendo. Così gli risposi: - Tu le hai tolte? -

- Davvero mi ascoltavi? -

- Non devono fare questo i figli? -. Continuò dicendo: – La vita mi ha insegnato un sacco di cose che non ho ancora capito Giacomo. Quindi non posso darti risposte o farti domande. Però posso parlarti delle mollette per i biscotti. Perché tua madre usa quelle -.

Per qualche secondo rimasi paralizzato. Non potevo crederci. L'assurdità del suo discorso trovava nella mia condizione una perfetta conclusione. Come se mi avesse appena cucito una giacca su misura. Le sue parole calzavano a pennello. Mi avevano letto dentro, estrapolando ciò che non sapevo dire. Ma non finì lì. Mio padre disse ancora: - Se per qualche volta vorrai farlo, fallo, non c’è niente di male -. Sembra quasi banale dirlo, ma nemmeno io fui da meno, e capii perfettamente a cosa si riferiva. Seguì qualche minuto di silenzio e una canzone di cui ignoravo il titolo.

Poi continuai a bere la birra, e mio padre, senza dire nulla, abbandonò la camera. Trascorsero altri cinque minuti, prima che lo trovassi seduto sul grande letto matrimoniale. Si stava allentando la cravatta blu scuro che le aveva regalato mia madre qualche mese prima. Dal nulla (in realtà è perché si dice così, ma le parole che arrivano dal nulla sono davvero poche) gli chiesi - com’è che si chiamava?-

- Chi? - disse inclinando le rughe della fronte.

Non risposi. Ma lo fece mio padre poco dopo.

- Julie blue -

«Che nome bellissimo» pensai. Quante persone possono vantare un nome così melodioso? Il ritmo del nome che combacia perfettamente con quello del cognome. Che fortuna.

- Ma quindi è vero che l’hai baciata quella volta? -

- No, non è vero -

- Come non è vero? -

- Tua madre c’era già, perché avrei dovuto baciare un'altra donna? -

- Beh non lo so... a volte si tradisce. Non è così? - ipotizzai.

Mio padre si voltò. Aprì l'anta centrale del grande mobile di fronte al letto e vi appese la cravatta. Probabilmente non voleva che la conversazione andasse oltre. Ma l'alcool che circolava ormai nel mio corpo voleva disperatamente saperne di più. Così lo incalzai con l'ennesima domanda. - Perché allora la mamma pensa che tu l’abbia fatto? -

- Perché le ho detto che sono stato a letto con Julie - rispose stizzito.

- E ci sei stato? -

- Più o meno -

A quel punto sbottai. - Papà ci sei andato a letto o no? -. Si voltò di scatto. Forse avevo alzato la voce, ma non me ne ero reso conto.

- Non ci sono andato a letto -. Rimasi interdetto. Il tono sentenzioso di mio padre mi aveva interdetto. «Davvero non ci era andato a letto? Ma allora perché la mamma non si faceva vedere in casa da più di un mese?» mi domandai in silenzio. Fino a quando, cercando freneticamente una domanda che impedisse alla discussione di vanificarsi, scesi sul tavolo il mio jolly. - Ti sei innamorato di un'altra donna, non è così papà? -

- Giacomo non lo so... - Era immobile davanti alla finestra. Forse scrutava il giardino delle villette a schiera accanto alla nostra. Oppure guardava più in là: il lungo viale che collegava la città allo stadio.

- Si, credo di si - mi rispose. Poi sembrò esplodere: - Non so come vadano le cose, ok? Ho conosciuto tua madre ma lei la conoscevo già da prima. E non lo so… ma cosa importa ora? I miei non possono essere consigli -.

- Ma possono essere storie! -

- Storie... e che me faccio delle storie? - disse sospirando. Si sfilò i gemelli dai polsini della camicia bianca. La canzone che in quell'istante si diffuse dalla cassa sulla scrivania della mia camera era inconfondibile: Be my babe.

Iniziammo a cantarla. C'eravamo solo noi. Le gambe di mio padre seguivano il ritmo provocante della canzone. Le mie ondeggiavano casualmente nell'aria della sera. Quella melodia ci faceva sentire vivi. Ci restituiva dell'ossigeno che avevamo smarrito. Ma dove?

Poi, all'improvviso, mio padre si paralizzò, sedendosi nuovamente sul letto. Intinse le mani nei pochi capelli che aveva sulla tempia. Castano scuro. - Questa canzone la conosco da un sacco di tempo. Te l'ho mai detto Giacomo? -

- No, non direi - risposi.

- Non mi ricordo in che anni uscì, ma io ero giovane, e in discoteca con questo pezzo si rimorchiava un sacco -

- Ok papà ho capito. Vai al punto. Chi hai rimorchiato con questa canzone? -

- Tua madre -

- E com'è stato? -

Mio padre guardò altrove per un po', come se stesse cercando in quale cassetto custodiva i ricordi di quella serata. - Indossava un vestito azzurro. Credo fosse estate. Anzi ne sono abbastanza sicuro. Il vestito era aperto sulla schiena. Le fasciava il seno. Indossava dei tacchi color carne se non sbaglio. Mi arriva qui - e indicò l'altezza del collo. - Gli occhi che aveva sono quelli che vedi da quando sei nato. Un tempo pensavo che le persone a cui gli occhi cambiano gradazione a seconda della luce fossero più fortunate. Ma da quando la conosco, a tua madre il colore è rimasto sempre quello. Blu profondo. Che non ha nulla a che vedere con l'azzurro, e tantomeno col nero. In qualsiasi momento i suoi occhi sono rimasti impassibili, immobili. Si guardavano attorno, percepivano la luce e la cambiavano. Esattamente si. Cambiavano ciò che guardavano. È una cosa che ho sempre amato. È incredibile -.

Mi fermai a pensare. Non avevo mai sentito mio padre parlare così. E c'era una parte di me che non voleva si fermasse. - Aveva anche la sua fossetta sotto il naso? Quella tra la bocca e la guancia? -

- Eccome se l'aveva - rispose mio padre sorridendo. Sorrisi anche io, e mi venne quasi spontaneo chiedergli: - papà, credi di amare di due donne? -

- Giacomo, se c’è una qualità che un buon insegnante deve avere è sognare: i tuoi studenti devono sempre avere qualche tua nuova idea da plasmare, da ricamare. Quindi io sogno, sono un sognatore! E al mattino quando mi sveglio puoi rubarmi tutto. E ora mi sento così vuoto. Così vuoto. Sto sciogliendo la neve che ho in corpo -

- Quanta pensi te ne rimanga? -

Prese un lungo respiro, poi, con la schiena curva sul letto, disse qualcosa che non centrava:

- Secondo te perché il tempo in montagna è più veloce che qui sul mare? -

- È importante? -

- No -

- Vuoi andare in montagna? - dissi, cercando di seguire l'onda improbabile del suo discorso.

- Perché? -

- Beh, non lo so. Sei tu che l'hai detto! E poi forse sarebbe una buona scusa. Una scusa per la vita, in generale. Sai, quelle cose che si dicono. Meno tempo, meno tempo per le decisioni e per quelle cose difficili. Quindi sbagliare ci sta. In montagna -. Cercai subito di non pensare alle cose che avevo appena detto. Così conclusi il mio ragionamento:

- Le ami davvero contemporaneamente? -

- Sarebbe così strano? -

- Non lo so… non ho mai pensato all’amore nello stesso posto, alla stessa ora, nella stessa persona, per due persone diverse. Cioè davvero può esistere una cosa così? -

- Cosa non esiste allora? -

- Ti pare possa rispondere? -

- Non leggi tanti libri tu? -

- Le storie esistono tutte -

- E ne c’è n’è una per questo amore? -

- La tua!! – E senza prendere fiato aggiunsi: - Lo so chi vuoi -

- Davvero? -

- Tu vuoi la mamma! -

- Sono così sexy le mollette per biscotti dici? -

- Anche, si -. E continuai: - È semplice: se davvero non l’hai baciata, tu vuoi la mamma. Cioè la ami, no? È strano che te lo debba dire io, ma è con lei che hai fatto me, Sofia e Giulia. -

- Giacomo, è come se fossi seduto… -

- No, un’altra metafora no! - Cercai di interromperlo, ma non mi ascoltava: - È come se fossi seduto su un treno per qualche parte e avessi la certezza che il posto al mio fianco rimarrà sempre libero. Quindi dipende da quanto dura questo viaggio. E le cose lo sai, possono cambiare e finire -

- Allora vai, viaggia con questa certezza e torna con quella che sarà la tua scelta. Perché io ci provo, ma non ci credo. A questo amore per due, io… non lo so. È così impossibile. O così facile -

Ma in quel momento, capii. Fu come vedere un'allucinazione o essere parte di un sogno. Qualcosa non tornava. La domanda venne di conseguenza.

- Non esiste vero? -

- No -

- Dovevi ferirla? -

- Si. Io dovevo! Dovevo allontanarla! - mio padre sbatté violentemente le mani sulle cosce.

- Ma perché?! Papà, perché? Non lo so… ami un’altra donna? O sei malato? Devi partire? Devi scappare? -

Con la sua espressione, che è circa la mia, ma più saggia e più vecchia, e con le sopracciglia oblique, le labbra sbilenche e le mani sudate sulle cosce, rispose debolmente: - credi sia possibile che abbia avuto paura di amarla troppo? Sai paura di dipendere solo da una persona per tutta la vita, per davvero, oltre il matrimonio e quelle cose lì. Tu credi possa essere possibile? -

- Io… non lo so. Non è una cosa che si fa a vent’anni papà? -

- Perché… quanti ne ho io? -

- Si, forse… -.


Improvvisamente uscì dalla sua camera Sofia, che aveva origliato tutto il discorso. Chiese a mio padre: - Ma la mamma ti ama ancora papà? Io sono sicura di si -. Lui la guardò dolcemente, con quello strano sorriso sbilenco. E quasi tremando disse: - Anche se la mamma non lo fosse più, amerò io per tutti e due Sofia, te lo prometto -.


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