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L'amore ellittico di «Cold War»

Aggiornato il: 5 gen 2019



L'ultima pellicola di Paweł Pawlikowski - già Oscar al miglior film straniero nel 2015 e Palma d'oro per la miglior regia al 71° Festival di Cannes - cambia completamente colori, tempo e atmosfera rispetto alle sue scelte precedenti (Ida e My Summer of Love), dedicando alla "storia regina" - la storia d'amore - un racconto dal bianco e nero iconico: Cold War (assieme a Roma, tra gli altri, in lizza per il miglior film straniero ai Golden Globe del prossimo 6 gennaio).


Lo scenario è quello della guerra fredda, in cui Zula (Joanna Kulig) e Wiktor (Tomasz Kot) si perdono e si ritrovano tra la Polonia del 1949 e quella del 1964, tra la Varsavia del 1951, la Parigi del 1954 e la Jugoslavia del 1955. Un movimento rivelato elitticamente, che se non fosse per la precisione del periodo storico in cui è inserito, risulterebbe fuori dal tempo, per la sua passionalità quasi malata. Perché Cold War incentra ogni sua dinamica su due elementi fondanti: il microcosmo d'amore tra allieva e maestro, e ciò che li fa incontrare, la musica (da quella popolare, al jazz, al rock and roll, a 24000 baci di Celentano). L'altra vera protagonista del film, non tanto a livello quantitativo per la sua preponderanza rispetto ai dialoghi, ma sopratutto per la modalità con cui Pawlikowski la utilizza per commentare e focalizzare il contesto narrativo che corrisponde a un determinato momento dell'evoluzione della storia d'amore.


Joanna Kulig e Tomasz Kot

Se da un lato, il film del cineasta polacco ha una struttura formale molto costruita, dall'altro sembra quasi che tutti questi elementi vengano trasporti dalla forza dirompente della storia. Il cui susseguirsi dei giorni assume un ruolo centrale nell'economia del racconto, accentuando sia la precarietà (solo apparentemente) dello stato d'animo dei due protagonisti, sia suddividendo temporalmente il lungometraggio in grandi quadri narrativi, che dimostrano quello che i diversi sistemi sociali dell'epoca potevano offrire a una giovane cantante e a un giovane musicista.


Ma, se a quanto pare gli elementi del melodramma ci sono tutti, Pawlikowski non cade mai nell'errore di paralizzare il suo stesso film nell'arma a doppio taglio del film di genere. Al contrario, si mette in gioco - anche dichiaratamente con la dedica ai propri genitori all'inizio dei titoli di coda -, raccontando una storia d'amore che colpisce per la sua schiettezza e semplicità disarmante - «l’amore è l’amore e basta» dice Wiktor. Accompagnata, come già detto, da un estetismo magistrale - nella macchina da presa che studia ripetutamente i volti e i dettagli -, e dalla fotografia a tratti espressionista di Lukasz Szal, i cui grigi isolano l'equilibrio contrastato tra bianco e nero, tra la fuga e la scelta di rimanere. Perché è nella frammentarietà che risiede l'altra componente essenziale di Cold War, incasellata perfettamente nel montaggio ellittico. Che sposta i personaggi da una parte all'altra dell'Europa in piena guerra fredda, dandoci l'illusione che voglia parlare tanto della Storia, quanto della loro storia, quella dei volti di Wiktor e Zula - una straordinaria Joanna Kulig.


Cold War ha la capacità di portare sul grande schermo «un sentimento che per lungo tempo è stato materia prettamente letteraria: lo spleen», e che si rispecchia nella scelta finale che sancisce la certezza di non riuscire ad appartenersi in vita. Ma solamente «di là la vista sarà migliore», come dice Zula a Wiktor.




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