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L'entropia delle date di scadenza un anno dopo

Aggiornato il: ott 26


Pozzanghere, di Maurits Cornelis Escher

Ho mandato giù un goccio d’acqua non depurata dal rubinetto che non è fissato al lavandino. Sono rimasto sveglio a pensare alle pareti dietro a Paolo. Non sono bianche. C’è una ruotapanoramica disegnata da un bambino mancino. Sono arrivato dopo pranzo e mi ha chiesto di dire. Ho ripetuto il nome e il secondo nome. Gli ho ricordato che l’estate scorsa dalla SoraMaria pendeva un cartello che diceva “aperto fino a che c’è gente”. Mio padre ricapitalizzava l’azienda con dei fondi provenienti da una multinazionale veneta. A Roma la luce dei lampioni era gialla e verso Viale della conciliazione assumeva le tinte dell’occhio di bue, che per mia zia va cotto in una padella antiaderente con l’olioextravergine. Giovanni usa il burro. A Roma siamo andati a luglio. Trastevere resta sporca e l’odore di piscio a Battistini è salato. Mi ha creduto quando le ho raccontato che Roma si espande dentro un passo che va di lato.


Paolo mi ha chiesto se ho dei problemi con il dentista e gli ho risposto che non ho parlato fino a sei anni mentre gli altri pensavano che preferissi sentire invece che parlare. Mi ha chiesto se ora è cambiato qualcosa e gli ho detto che è da febbraio che non scrivo quasi nulla. Mi ha chiesto cosa centra sentire con questo. Sto aspettando che quello che ho visto si sieda. Paolo vuole più concretezza. Non so come come riassumere quello che in poco tempo è successo e ha ribaltato un mondo che è diventato meno mio e più degli altri. Gli ho detto che è la seconda volta che vado da uno come lui. Mi ha chiesto come sono quelli come lui.


Nell’ultimo giorno di contratto di questa stanza ho buttato i miei modi di fare senza fare l’indifferenziata. Ti ho ascoltato convincermi che la capitale dell’Equador è Quito. Paolo ha voluto sapere di più sulla storia dei riassunti. Mi sono difeso con un lungo elenco di cose che si sono sedimentate ma sono diventate ipotesi da masticare quando sali sul treno e saluti con la mano che in realtà resta ferma, perché è il corpo a provocarne il movimento. L’armadio con le ante arancio è rimasto vuoto per metà. Ho conosciuto un’evangelista di Santo Domingo, un ingegnere elettronico di Okene, un’assistente sociale di Rutigliano. Ho fumato sul terrazzo come pretesto. Ho detto a Paolo che non ho ancora tolto la ghirlanda di natale dal terrazzo e mi ha fissato per farmi capire che non l’avrebbe detto a nessuno.


Un anno dopo abbiamo avuto bisogno di una cosa grande per capire che ci stiamo separando. Paolo mi ha detto di raccontargli ancora qualcosa. Ho preso in prestito l’idea dell'entropia per capire il grado di disordine in un discorso generale su una fetta di tempo spessa, ma non sono arrivato a niente. Il calore è l'unico modello che ci permette di comprendere quello che viene prima e quello che viene dopo. Resta da capire qual è l'illusione. Ho detto a Paolo se lui controlla le date di scadenza prima di mangiare. Faccio fatica a disegnare la tua schiena con le mani. Paolo mi ha detto che non importa quello in cui crediamo. Sono tornato in terrazzo e ho gridato. Ma prima di chiudere gli occhi mi è tornata in mente quell'immagine: io, nudo, che incasso i muscoli nel letto e ti guardo e qualcuno dice che devo provare vergogna.

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