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L'odore dell'estate


Gare Saint-Lazare, Claude Monet


Ho incontrato delle mattine sbiadite. Poco dopo l'alba. Poco prima che il respiro si faccia pesante e il mondo inizi la sua ruota all'indietro. Ho incontrato una mattina con l'alcol ancora in corpo, mentre appeso al terrazzo cercavo di rimettere insieme i pezzi delle mie scelte. Che in realtà conosco appena. Come quando mi ritrovo ubriaco al bar in fondo alla via, e maledico tutti i soldi che vorrei avere. Ma un sorriso che può saperne.


Mi scopro fragile tra l'alito dell'alcool e la patina di sofferenza che lentamente mi scorre sui polpastrelli delle dita. Ho il coraggio di mentire persino a me stesso. Ho una maschera che mi diverto ad alternare, come se lampeggiasse. Sento di tradire la tua sincerità e mi chiudo nella mia solitudine arrogante. Ma, poco dopo l'alba, mi permetto di assaggiare le gocce di pace che trovo sul viso. Quando il gusto della birra impasta ancora i miei pensieri, e mi nascondo nella mia inutile ubriachezza. C'è dell'alcol che scorre nelle mie vene. Sono il pagliaccio più divertente che conosca.


L'alba mi ricorda il tuo sonno pacato dall'altra parte del letto. Lo stesso da cui mi alzo delicatamente per non dover affrontare i miei errori. Il mantello della notte li avvolge. Ma il tuo sonno è impercettibile. Un passo dopo l'altro. Come quando esco a correre nel mio quartiere e mi sforzo di non guardare mai in basso. Tengo lo sguardo fisso nel blu, e mi convinco di correre verso l'alto. Mi convinco di aver trovato l'infinito nella sua estenuante parzialità.

E poi c'è mia madre che urla per il mio ritardo cronico. Ma sono questo. Sono in questo: ritardo. La memoria scorre nelle immagini appese al muro, mentre le pareti ruotano e la lista abbozzata di impressioni e ricordi scandisce il modo in cui scelgo di intuire le mie buffe considerazioni sulla realtà.

Parlo a vanvera. Tu capivi. Così mi è venuto in mente che sono felice per il giorno che abbiamo avuto. Perché non tutti hanno anche quando perdono - come noi. Che siamo barche sospinte dai brividi di una mancanza. La stessa che cerchiamo ogni giorno. O almeno, questo è quello che faccio. Chissà tu dove sei, mentre mi perdo tra i corridoi lunghissimi del centro commerciale. Il silenzio è intuitivo per chi dosa parole e colori.


Oggi la brezza agita le foglie, al contrario di quanto dice Cathrine Shine. E quando mi siedo sull'orlo del mio modo di fare non arrivo a nessuna comprensione: so chi sono quando sei tu a mostrarlo. È patetico, ma coraggioso. Spero che sia in un mercoledì come questo, quando l'odore dell'estate seduce i pini ai lati delle strade. L'autunno è un ricordo. La nostalgia nasconde i suoi germogli sotto la sabbia.

L'odore dell'estate mi regala il profumo di un nuovo inizio. Bagnato, rugoso. Ne conosco il desiderio ma non la forma; so trasformarmi in ogni cosa, ma non nel mio nome. Resto ad aspettare.

Col tempo ho paura che saremo pietre. Cambia poco, è la stessa storia: il talento che mi spinge ad amare ciò che ho perso, a perdere ciò che amo. Un ritornello sfuso e confuso che però custodisce la bellezza di una solitudine impossibile.


L'odore dell'estate mi accompagna nell'attesa delle stazioni vaporose. Ribollono di vita. Io scendo dal treno e mi tuffo nella folla che abbonda sulle piattaforme. Neanche mi ricordo dove sono. Perché non faccio che perdermi: alla stazione, al bar, al centro commerciale. Mi ritrovo nella mia inconclusione. La stessa che appare all'orizzonte quando appoggio il primo piede al di là del treno e mi stupisco di quante persone abbiano la pazienza di fare tutte la stessa cosa. Vivere.

Attorno l'odore freddo dell'estate.

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