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L'unico modo per dire Federico Fellini



Su Federico Fellini la letteratura è illimitata. Sarebbe inutile aggiungere un ulteriore tassello. I modi sono molteplici, e quasi tutti validi; in questo senso, forse, uno dei pochi che per ognuno di noi resta valido è raccontare la figura di Fellini dal punto di vista più intimo e personale che possiamo. La città delle donne - disponibile su RaiPlay - è stata la mia prima pellicola di Fellini.


Marcello Snaporaz (Marcello Mastroianni), durante un tragitto in treno, si invaghisce di una donna misteriosa, con la quale sceglie di scendere in una stazione dai tratti onirici.

La città delle donne è secondo molti il film peggio riuscito di Fellini e sotto alcuni aspetti lo è, ma la sua roboante immaterialità, inconclusività lo ammanta di un atmosfera quasi unica nella filmografia del regista; per non parlare del tema - il rapporto con il mondo femminile - che, a quarant'anni esatti dall'uscita nei cinema nel 1980, lo rende di un'attualità sconcertante.



Il viaggio di Snaporaz/Mastroianni/Fellini nel pianeta femminile, oltre a essere un sincero autoritratto, è un imperdibile esercizio sul linguaggio della memoria in chiave passionale più che ideologica. All'epoca criticassimo dai movimenti femministi e accusato di maschilismo, in realtà, La città delle donne è un profonda - e controversa - riflessione sul rapporto tra Fellini e il mondo femminile, da sempre una delle sue grande ispirazioni. Fellini, senza alcuna formula ironica (caso rarissimo nella sua filmografia), intravede e critica le possibili degenerazioni del femminismo, che invece di accorciare la divisione sociale tra uomo e donna, tende a fare il contrario, volendo esasperare la figura della donna.


Se volessimo tracciare un improbabile collegamento con un romanzo recente, La città delle donne avrebbe alcuni tratti in comune con L'animale che mi porto dentro (Einaudi, 2018): la pellicola se è vero che da un lato indaga il rapporto uomo-donna, dall'altro scava nell'abisso della fenomenologia maschile. Quella di Fellini è una schiacciante presa d'atto, senza retorica: nel momento in cui l'uomo vede la condizione della donna non più relegata al perimetro tracciato da lui stesso, (Snaporaz/Fellini) si scopre debole, solo, colpevole e per questo si rifugia nel sogno, nell'autoerotismo, nel collezionismo, che lo rassicura. La città delle donne è anzitutto un atto di denuncia verso l'ossessione del possesso - in combinazione con l'insegnamento cattolico -, che ha irrimediabilmente deformato il rapporto tra uomo e donna, e continua a farlo ancora oggi, forse in modo ancora più subdolo.

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