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La caduta dell'Impero romano e David Bowie



Non ho mai avuto una grande memoria per le date. Ho sempre preferito studiare il cosa invece che il quando. Chiedete a mio fratello: ripetere la lezione di storia era un dramma: 476 0 467 cade l'impero romano (d'occidente)? E questo non vale solo per la scuola, ma anche per tutto il resto. Io ricordo cosa, ma non quando. Non c'è niente da fare. Tranne per un lunedì. Il primo dopo le vacanze di Natale. Seconda ora, la professoressa stava iniziando a spiegare Eraclito, quando, come al solito, finisce per raccontarci quanto ami Guccini. Il telefono vibra nella tasca della giacca. Lo afferro e lo infilo nell'astuccio. Lo schermo si illumina e compare la notifica dell'app che mio fratello mi ha (inutilmente) scaricato per "tenermi aggiornato sulle notizie del mondo". La notizia, però, riguarda la musica: il Duca Bianco è morto.


Ho scoperto David Bowie per la prima volta quando avevo circa 12 anni. Ero nella vecchia macchina di mio padre, la Ford Focus grigia che leggeva solo le musicassette. Mi stava portando alle prove per il saggio di fine anno di danza. La radio era sintonizzata su Virgin Radio, l’unica che mio padre ascoltasse. Stava suonando una canzone che non avevo mai sentito prima. Era una di quelle canzoni perfette per andare in macchina. Una di quelle che quando inizia ti viene voglia di tirare giù il finestrino, mettere fuori il braccio e farlo fluttuare nell’aria mentre guardi le luci dei lampioni che corrono con te. Ti dava la sensazione di libertà, di correre nel vento, di sentirti invincibile e di poter essere una persona grandiosa.

Che canzone è? Mi è sempre piaciuto chiedere a mio padre informazioni sulle vecchie canzoni che passavano alla radio e che ancora non conoscevo. Iniziava sempre dicendomi l’anno di uscita, poi il nome dell’album e alla fine il nome dell’artista. Quando eri fortunato si fermava li. Altrimenti continuava per tutto il tragitto a raccontare vita, morte e miracoli di chiunque fosse l’artista di turno. Però col tempo ho imparato a lasciarlo parlare, perché ho capito che più storie conosceva a riguardo, più voleva dire che per lui quel brano aveva significato qualcosa di importante. Adesso quando passa una bella canzone alla radio facciamo a gara a chi si ricorda più dettagli: artista, album, anno di uscita.

Quel giorno disse, Heroes, David Bowie, 1977. Ho ancora il vinile. Uno dei pochi sopravvissuti. Gli altri (così dice lui) erano stati venduti per poter fare i regali alla mamma quando erano fidanzati. Quando lo scoprii non mi interessava più di tanto, non sapevo nemmeno che forma avesse un vinile o a cosa servisse. Adesso, invece, lo so bene che cos’è e a cosa serve. Vendere dei vinili per poter fare dei regali alla tua fidanzata? Anche il tuo amico delle superiori ha detto che una cosa del genere non l’avrebbe fatta mai e poi mai. Potevi smettere di fumare se volevi risparmiare.


Fino a qualche giorno fa, il vinile di Heroes è stato in mansarda a prendere polvere e freddo, ma da poco l’ho portato in camera assieme a tutti gli altri. Per qualche strano motivo li tengo sempre in ordine di uscita, dal più vecchio al più recente: vedere l’evoluzione musicale di un’artista è una delle cose più interessanti e affascinanti; in realtà il vero motivo per cui l’ho fatto è perché quelli erano anni in cui ho sempre pensato mi sarebbe piaciuto vivere. Li tengo tutti vicino al mio letto così prima di andare a dormire li posso guardare un po' e pensare a quanto sarebbe bello se il giradischi non fosse rotto e io potessi ascoltarli per sentire la musica attraverso quella puntina di diamante invece che con l'iPhone.

Da quella canzone è iniziato tutto. Prima pensavo che gente come Prince, Led Zeppelin, Queen, fosse gente del passato, che non mi servisse a niente ascoltarli o che non li avrei mai capiti. Invece Heroes aveva qualcosa di speciale che all’improvviso mi ha aperto lo sguardo verso mille altre cose che avrei potuto provare e fare. Senza Heroes, senza Bowie non sarei mai diventata una musicista, non avrei mai conosciuto tante emozioni, non avrei scoperto il senso della mia vita: la musica, in qualsiasi forma.


Quando ho letto della sua morte non penso di essermi sentita triste. O meglio, forse lo ero. L’artista che mi aveva cambiato la vita all’improvviso non c’era più. Però per me era “solo” questo. Non mi sentivo in diritto di essere triste. Non avevo vissuto il suo periodo musicale, non era tanto meno un mio amico o familiare o conoscente. Era uno sconosciuto in fin dei conti. Uno sconosciuto che pero’ aveva significato molto di più di tante altre persone che avevo incontrato. È stato strano. Avendolo scoperto in un altro periodo rispetto allo sviluppo della sua carriera mi sembrava un personaggio quasi immortale, che poteva viaggiare nel tempo e non scomparire mai. Non avevo avuto nemmeno il tempo di ascoltare tutto Blackstar che già se ne era andato. Non sapevo bene come sentirmi. Lui lo sapeva che se ne stava andando. Ha fatto anche della sua morte un’opera d’arte. Non ha mai smesso di essere il Duca Bianco. Forse era questo il motivo per cui mi sentivo così sconvolta. Mi aveva insegnato di più la sua morte che tutti i suoi dischi messi assieme.

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