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La coerenza dei ricordi. «Città sommersa» di Marta Barone

Aggiornato il: 6 giorni fa





«Non è sopratutto di parole superflue e silenzi che è fatta la vita con chi abbiamo amato, quando cerchiamo di ricordarla?»



Il noto fisico Carlo Rovelli durante una delle tante presentazione del suo libro sull'ordine del tempo, concluse il suo intervento definendo la memoria come un'insieme coerente di ricordi. Il romanzo di Marta Barone, ha una struttura intrinsecamente fisica. Segue, infatti, la dimensione temporale dei buchi neri: nel cuore il tempo è lunghissimo; fuori è brevissimo. Insomma, essi creano una dimensione in cui sembra che passato e futuro si mescolino. Città sommersa segue una archittetura ideata: una narrazione elastica, un andirivieni continuo che cerca, in qualche di modo, di inspessire un presente che non esiste. Il tema centrale, poi, quello della ricerca del padre, e quindi di se stessa, ricorda da vicino la stessa intenzione di Mendelsohn in Un'Odissea (Einaudi, 2018), quasi con la stesse proporzioni.


Marta Barone indovina una prosa ricchissima, in cui crescita e perdita si confondono eterogeneamente, dando vita a un romanzo intenso e paradossalmente frammentato nella sua trama proustiana: la ricerca di L.B. . Solo attraverso i ricordi: è tutto nella testa della protagonista e in quella di le fornisce gli strumenti per comprendere un passato che non le è mai stato raccontato.

Città sommersa è dentro una geografia tattile, sensoriale ed emotiva che riesce sia nel suo intento documentale, sia nella sua drammatica incomunicabilità. La scrittura coriacea e marcatamente evocativa di Marta Barone fa il "resto", sopratutto nei momenti di cesura, dov'è il tempo è apparentemente fermo:


Eppure c'era il mare. Lui amava il mare, e anch'io. Era un sentimento profondo e straziante e indefinibile. Partivamo per lunghe spedizioni in cui quasi non ci scambiavamo parola. Sentivo solo il suo respiro nel boccaglio, e il mio, più affannoso. Ci spingevamo dove non c'era nessuno. Il mondo sotto la superficie era allora soltanto nostro, quel mondo al tempo stesso vivo e spettrale. Il rumore-silenzio sordo, ottundente, che mi ronzava nelle orecchie quando mi immergevo. Le foreste di alghe su certi fondali, che danzavano lentamente avanti e indietro seguendo il ritmo delle onde. Il blu cupo e senza fine che si apriva davanti agli occhi quando guardavi in avanti verso il mare aperto. Quella fatica era una fatica felice. Quando, dopo aver fatto un lungo giro, crollavo sulla battigia, esausta, piena, i capelli bagnati che mi penzolavano sulla faccia, e lui mi accarezzava e mi sorrideva con fierezza, mi sentivo bene, sentivo qualcosa che somigliava all'amore.
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