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La malattia d'amore. «Lacci» di Daniele Luchetti



Napoli, anni '80, Aldo e Vanda hanno due figli, Sandro e Anna. Aldo si innamora di un'altra donna, Lidia (Linda Caridi) e Vanda lo caccia di casa. Il racconto di Lacci rappresenta uno dei temi da sempre più cari al cinema italiano come quello del dramma famigliare. Soggetto, questo, carissimo anche al regista della pellicola tratta dall'omonimo romanzo di Domenico Starnone, Daniele Luchetti, a partire da La nostra vita (2010) o Anni felici (2013).


Luchetti - che ha scritto la sceneggiatura con lo stesso Starnone e un altro Premio Strega Francesco Piccolo - ha scelto un adattamento regolare e pedissequo alla trama originale. I temi e le sequenze più importanti del romanzo ci sono tutti; anzi, la pellicola scivola proprio dove aggiunge. Ne sono un esempio i dieci minuti finali, in cui è svelato il giallo che abbraccia la seconda parte della storia: nel romanzo Starnone tace sull'azione dei figli, non mostra, se non con gesti che accompagnano l'intuizione; nella pellicola Lucchetti lascia libero sfogo alla violenza dei due - che è anestetizzata però dal confronto Vanda e Aldo qualche scena prima. La scelta di Luchetti di affidare ad Adriano Giannini (Sandro) e Giovanna Mezzogiorno (Anna) la chiave di volta/svolta è pessima: se da un lato, come detto, la scelta di mostrare il non detto si rivela pletorica, dall'altro Gianni e Mezzogiorno sfigurano accanto ai colleghi che li precedono, Luigi Lo Cascio-Alba Rohrwacher (Aldo e Vanda da giovani) e Laura Morante-Silvio Orlando (Aldo e Vanda da anziani). La paura di un adattamento troppo maneggiato del romanzo di Starnone porta a una messinscena che non sa rendere giustizia all'unico elemento che richiedeva un ripensamento in chiave cinematografica, ovvero il racconto a tre voci che intesse il libro. E se l'alternanza tra Aldo e Vanda giovani-anziani stride, la sequenza finale con i figli rompe il precario incantesimo temporale che Starnone ha reso forte per la carta, non per lo schermo.


L'impulso emotivo de La nostra vita manca, ma Lacci è forte del sodalizio Luchetti-Starnone (già con La scuola del 1995) . La scelta di mantenere la sceneggiatura ricchissima sopratutto a livello dialogico e l'idea di inserire in voice over le lettere tra Aldo e Vanda che caratterizzano la prima metà del libro, è vincente. La pellicola di Lucchetti, in equilibro talvolta precario, si limita a restituire, con pochi guizzi: le dissolvenze tra passato e presente per ricordare un cinema e un mondo d'altri tempi; il muto dal punto di vista di Sandro e Anna durante alcune sequenze chiave del litigio per strada tra Aldo, Vanda e Lidia, a sottolineare quella rimozione forzata del dolore che la storia di Starnone combatte. Nota positiva è indubbiamente un apparato sonoro di grandissimo livello (per una produzione italiana), che difende e accumula quel senso di rabbia ripetitivo che la regia deficitaria di Luchetti più volte disinnesca.



Lacci è una pellicola sulla malattia d'amore e sul tempo dell'amore - che è crifra del deterioramento. Starnone fonde questi due elementi, e racconta dei tradimenti, dei litigi, delle incomprensioni come effetti dello stare al mondo in un sentimento modificato fisicamente dal tempo. L'idea di Starnone non è troppo diversa da quella della relatività: l'amore, attratto dal tempo, si deforma in una forma che valica l'intimo: Lacci mostra come l'amore non sia una questione fra due persone, ma tra quelle due e quelle che gli stanno attorno. Il film di Luchetti, inoltre, tenta di rifondare in un ottica estremamente contemporanea il tema della fedeltà, rompendo - e scindendo! - una volta per tutte quella fastidiosa correlazione tra fedeltà alla persona e fedeltà al sentimento, ma anche sopratutto fedeltà verso se stessi: Lacci è tagliente contro l'identificazione di noi stessi nel rapporto con qualcuno. In questo senso Lacci diventa attualissimo nella ri-defizione di una sofferenza che deve esserci, che deve essere esposta in sento etimologico, ossia portata al di fuori per poterne avere cognizione come diceva Gadda; da ciò, Lacci è volutamente drastico nella volontà di (quasi) ridicolizzare la sottrazione del dolore che è purtroppo cifra costituente della costruzione della famiglia (cattolica) italiana - «Una persona che non si arrabbia mai non ha mai vissuto».


La pellicola mostra di sapersi orientare nelle piroette emotive di Starnone, sopratutto riguardo il rapporto padre-figli che nell'Italia dopo il '68 non è quello attuale; manca, invece, la mano di Luchetti che dia quell'impulso emotivo proprio per esempio de La nostra vita, con cui avrebbe plasmato l'intensità della parola di Starnone a favore dell'immagine. Lacci riesce, però, a conversare quella sensazione di turbamento e destabilizzazione di una storia che mette al centro la malattia, la ricorsività e l'inesorabilità di un sentimento così essenziale, a differenza di Marriage Story (Noah Baumbach, USA, 2019) che il Guardian ha definito (erroneamente) "cugino" di Lacci.



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