• Possibilia

La prima volta

Aggiornato il: 30 nov 2018


Long Sail, Leonid Afremov


a Sofia,

che è senza piani e non era nei piani



Di fronte alla mia schiena riposava il Burren. Quell’ammasso di roccia calcarea e vulcanica che racconta la superficie della luna sulla terra. Io guardavo dall’altra parte, seduta sul parapetto del mondo. Sotto i miei piedi l’acqua dell’oceano racchiusa nei contorni di un porto sperduto nelle vicinanze di Ballyvaughan. I rumori del piccolo ristorante di Sea Food brucavano il silenzio lieto e lento. Come se stessero scrivendo la musica di una canzone lunghissima: tante bolle di quotidianità nella cornice di una serata qualunque. Il Burren guardava silenzioso. Io sottovoce balbettavo il verso di If I go, I'm going. E ripensavo al fatto che per me lui è stato tutto. Ogni inizio ha il suo maledetto nome. Come una cicatrice.


Per la prima volta ho incontrato l’oceano, mentre una barca abbracciava la passerella di legno traballante. La vela ammainata. Bianca, come la pelle della luna. Che guardava distesa gli sputi di rabbia e rancore che nascondevo negli sbuffi intermittenti di una Newport. Il tramonto parlava a vanvera. Ho pregato che arrivasse la notte, e che mi nascondesse e proteggesse. Ma la mia ricerca della solitudine come ricetta all’incompletezza degli opposti non poteva fermarsi. L’oceano polarizzava i miei dubbi, convertendoli in storie buffe e ridicole. Ho intravisto la sua aria da sbruffone e traditore; da donnaiolo e mercante di emozioni.


La luna del cielo da qualche tempo mi guardava, indifferente. Il mio percorso seguiva le carezze dell’alito del vento sui bordi dell’acqua - le piccole increspature che domani sarebbero diventante onde. La violenza di un dettaglio era imprigionato nella mia mano sinistra. Che ogni tanto cambiava l’ordine dei capelli, sforzandosi di disturbare l’ordine delle cose. Le stesse che mi avevano portato fino a qui - sull’orlo del mondo; all’inizio dell’oceano.

Che fissavo seguendo le luci intermittenti delle case leggerissime sopra il limite dell’Irlanda. Ho percepito la forma della quiete. Come quando di ritorno dal lavoro fermavo il mio sguardo lungo Rue Crébillon e credevo in quello che tutti chiamavano “casa”. Ma ora ne ero così lontana. Per questo lo sguardo della mia schiena si perdeva nelle colline rocciose del Burren. La mia schiena nuda invecchiava nella sua impressione crudele e rugosa - con i piedi battevo sulla pietra del parapetto: l’acqua vibrava, la sistole del mio cuore si indeboliva.


I segni delle botte formano la mia pelle. La prima volta alla fermata dell’autobus mi ha tirato i capelli, spezzando le briciole della mia anima incompiuta e stupida, che da lì in poi ho indossato come un vestito di sicurezza e protezione. Ho persino invertito l’amore e la vergogna, imponendo un codice di maniere e comportamenti che mi hanno portato dentro l’oblio - mentre aspettavo che l’autobus numero 94 arrivasse a pochi passi dal marciapiede. E se magari ci fossi salita sarei qui ugualmente, a contemplare piccole dosi di bellezza. Da bere come Daiquiri al mattino. Mentre le stelle della notte precedente cadono sulla riva di un altro oceano. Non questo.

La prima volta non l’ho dimenticata perché non ne ho capito il motivo. Ho interrogato quello che mi rimaneva di me stessa ogni giorno allo specchio, ma la sua figura, il suo sesso duro e robusto mi hanno sempre paralizzata - e il mio corpo si trasformava nel Burren. Pelle di luna sopra pezzi di carbone. Ma non voglio mentire - sotto la tettoia di plastica trasparente avevo percepito quel vuoto a perdere. Quella tentazione subdola e incomprensibile che poi si è sprigionata nella sue mani strette al mio collo. Non credevo l’aria potesse sparire così rapidamente; ho gareggiato nel mondo della paura e ho chiuso i miei spigoli; ho smussato gli angoli del mio sorriso. Ho dimenticato le labbra del mio corpo. Eppure, anche se mi alzassi in piedi e urlassi la mia storia il Burren rimarrebbe in silenzio. Perché… io cosa ho fatto? Ho solo scoperto la solitudine in un pomeriggio di agosto. Caldo e arrabbiato, come qualcosa che era semplicemente sbagliato.


A volte non dormo. Spesso. E l’oceano ne sa qualcosa - dev’essere stufo di contare il diverso colore del rossetto che alterno nelle sere in cui mi rimetto al suo verdetto - quando aspetto che la mia vita diventi il riflesso di qualcosa che ho perso o vorrei ritrovare. Sogno di annegare nel corpo di un mostro. Ma l’oceano è anche vittima, e ogni tanto schizza la sua forma sulla mia fronte. E penso ad altro: ma a cosa devo pensare? In cosa posso credere? Credo al Burren perché è la luna sulla terra. Credo all’Irlanda perché è il confine della terra. Io resto su questo muro di pietra, e cerco qualcuno con cui dormire per essere abbracciata avidamente. Non voglio delicatezza che possa destabilizzarmi; i miei occhi sono ruvidi all’ultimo saluto della mattina, mentre rivedono il telefono strappato dalle mani e gettato a terra, poco prima che su quello stesso asfalto aprissi gli occhi - un’ape toccava i petali bianchi delle margherite. C’era chi non voleva. Ma c’è chi è più forte delle parole. In quel secondo ho perso le lacrime - lo ricordo -, quando ho pensato di aver sbagliato qualcosa.


Una volta mio nonno mi ha raccontato di quando lavorava sulle navi spacca ghiaccio nel profondo nord, dove la luce s'intuisce solamente. Tutto bianco - non riuscivo a immaginare altro. Fino a quando una sera non mi ha parlato del Golfo dell'Alaska, in cui le acque dei ghiacciai cozzano con quelle dell'oceano. Esattamente: non si mischiano. Sono troppo diverse. In superficie la divisione è perfettamente distinguibile. Solo negli abissi, lentamente, le loro acque si confondo. In questo modo ho pensato per la prima volta all'oceano. E ho capito che forse, lui, poteva dirmi qualcosa che io non sapessi. Ma io voglio essere invisibile. Nascondermi nell'abbraccio di chi non conosco il nome. Mischiarmi nel profondo, non in superficie.


Poi, ieri sera, sono andata a cena da Monks con l'ennesimo ragazzo. E quando sono salita in macchina, ancor prima di salutarlo, gli ho chiesto scusa per aver indossato dei vestiti larghi e troppo corti, che generalmente agli uomini non piacciono. Lui ha riso e io ho pianto, stupita della libertà che mi stava prestando. Ma era mia. Ma è mia. Buffo: pensare di appartenere per sempre a qualcuno è buffo e pericoloso. Eppure lo cerco - e non voglio più farlo; per questo sono sul parapetto del mondo. Io il ghiacciaio, l'oceano l'oceano. Non l'ho nemmeno baciato. Posso completare me stessa?

Se n'è andato come il sapone tra le mani. Ma domani, forse, gli chiederò di uscire ancora, per superare il limite della perfezione. Uscire da questo cerchio. Chissà che anche io possa avere ancora una prima volta per rifare tutto da capo, e ricostruire l'immagine della luna sopra la mia pelle graffiata.

Sul Burren la vita vorebbe crescere.


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