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#Cosedamiamadre - La storia della Renault Clio grigio metallizzato

Aggiornato il: 3 apr 2019



Tote Mutter, di Egon Schiele

Tra i miei amici, questa storia ha raggiunto lo status di leggenda. Qualcuno ancora non ci crede e mi dà del cazzaro - per fortuna c’è mia madre a smentirli e rivendicare orgogliosa le sue prove di forza -, poi, invece, c’è chi la venera, come fosse un vero e proprio mito dell’antica Grecia da cui trarre insegnamento. Io, ovviamente, non posso che essere fra quest’ultimi.

È andata così.


C’è stata una sera in cui avevo sedici anni, e sfrecciavano come un missile sull’asfalto bagnato. Che sembrava rappresentare lo spazio più profondo, tratteggiato dalle linee intermittenti della segnaletica bianca. Mi sono sempre divertivo a contarle.

All’epoca frequentavo le superiori. Non ricordo che classe, ma quella sera era nel mese di Giugno. Inserita negli ultimi giorni di scuola, quando il caldo inizia a fare capolino tra il sudore degli adolescenti e il fondotinta sulla fronte delle ragazze è sconnesso. La strada fino al Liceo diventa piacevole; acquista il sapore dell’acqua ghiacciata sulle pelle grezza vittima del primo sole. Occhiali scuri, canottiere strappate, pantaloncini troppi corti, sguardi eccitati. Il rumore frenetico degli ormoni, che però iniziano a puzzare. Sono tutti in fila che aspettano la prima volta, tra chi dice di averlo già fatto, tra chi ha paura di aver sbagliato, tra chi compra i preservativi ritardanti in farmacia fingendo di conoscerne perfettamente l’effetto.


Ascoltavo pezzi come She Will Be Loved o Bad Day, brandendo uno dei miei primi telefonini come fosse una spada, e flagellando la mia anima anche quando non ce n’era bisogno. Ma per qualche strano motivo le canzoni tristi sono come gli occhiali da sole o le scarpe da ginnastica che usa mio padre da almeno vent’anni: all seasons - nelle sberle della tristezza, c’è pure qualche goccia di attenzione.

Nei momenti della mia massima espressione artista mi concedevo all’interpretazione di Troy Bolton, nell’indimenticabile scena di High School Musical 2 in cui canta Everyday vestito tutto di bianco. Mentre pedalavo più volte mi capitava di cercare Gabriella tra gli alberi, rischiando frontali con le macchine che arrivavano dal senso di marcia opposto. Ma l’esigenza di sfogare tutto quello che conservavo dentro di me si sprigionava impellente ogni volta che rimbalzavo sul sellino della bici. Non sono mai stato un gran ballerino, ma sopra quelle due ruote, sono stato tra i più grandi di tutti i tempi. Per non parlare di quando il fratello alcol prendeva le redini della mia persona e mi conduceva ai confini del mondo. Ma questa è un’altra storia.


Come ho detto, sfrecciavo sull’asfalto nero pece e contavo le linee tratteggiate: quante possono essercene in una via di media lunghezza? - no, non ho bevuto quella sera. Però cantavo: And She Will Be Loved, And She Willlll Be Loooooooved. Che pezzo.

No, a differenza di quanto (probabilmente) state pensando, sono arrivato a casa sano e salvo quella sera di giugno. Nessuna brezza ha agitato le foglie lungo il mio percorso, se non il vento isterico tra miei capelli, scardinando il caschetto alla Justin Bimber che impersonavo, imitando il già citato Zach Efron. Modelli di vita.

Nonostante le temperature cominciassero ad alzarsi, l’aria era fresca, ma la felpa che indossavo quando qualche ora prima ero uscito di casa non l’avevo più (su questo torneremo dopo). In ogni caso, arrivai a casa: il porto più sicuro in cui rifugiarsi, come diceva il caro Ungaretti, ma anche la località più ostile in cui essere catturato. Perché? Mia madre. (Di mio padre, se non talvolta, non parleremo: come la maggior parte dei mariti che si rispetti è completamente annullato dalla voracità famelica della moglie. Direte: retorica. No, no: poesia).


Apro il cancello del posto macchina e lo richiudo alle mie spalle provando a non fare rumore. Alla luce dei lampioni è brillante, come la pasta del dentifricio che usa mia madre. Appoggio la ruota anteriore nel portabici in ferro e la lego con il telaio. Poi impugno la chiave di casa e la inserisco nella toppa della porta. A cassettoni. Di legno scuro, noce. Siamo gli unici nella via ad averla ancora così vecchia. Scuoto la chiave. Non gira. Sono stanco. Mi prendo qualche minuto per respirare a fondo. Vedo i bordi dei polmoni.

Niente. Non funziona. Anche dall’altro lato è inserita la chiave. Riesco a sentirla, non potendo toccarla. Penso a una dimenticanza. Chiamo mia madre - che strano, l’ho avvisata qualche minuto prima che stavo per tornare. Non risponde. Il gatto dei vicini è sul muretto prima del marciapiede. Rincorre se stesso, alla ricerca della luna. Piega il capo verso di lei, come il girasole con la luce calda.

Le scrivo un messaggio: Mamma sono a casa. Hai lasciato le chiavi inserite.

Risponde subito: Lo so.

Non capisco. Conclude chirurgica: Buonanotte.

Provo a chiamarla di nuovo, ma riaggancia. Lentamente, mi volto e trovo la sua macchina ad attendermi. Stoica. Una Renault Clio grigio metallizzato. Mi avvicino, afferro con la mano destra la maniglia della porta. E spero che quello che ho dedotto non si avveri.

Ma un attimo, dov’ero?


A poco più di tre chilometri di distanza. Che con un’andatura sostenuta riuscivo a percorrere in dieci, massimo dodici minuti - le prima volte. Col tempo, e l’allenamento, non ho quasi mai sforato gli otto minuti: conoscono a memoria ogni buca, ogni rigonfiamento dell’asfalto grigio della pista ciclabile, quando le radici degli ippocastani e dei ciliegi fuoriescono, le due rotonde e i loro sensi unici, l’intermittenza bianca delle strisce pedonali, il cavalcavia che all’improvviso piove dall’alto come un tuono, il lungo rettilineo, che si conclude con quello che da piccolo chiamavo “il bosco dell’elicottero”. Dove, con mia madre, ci fermavano per intravedere oltre le fitte chiome degli abeti l’eliambulanza che si sollevava e partiva in volo. Il corpo e le eliche, in un ballo all’unisono.

Ci sono strade che si affrontano da sole, come quando a lezione di scuola guida non ti preoccupi del percorso, perché c’è qualcuno che ci ha pensato per te. L’intenzione si esaurisce ancor prima di trasformarsi in pura adrenalina. Questa strada affluisce alla mia memoria come un’ipotesi ripetitiva, che si rivela, continuamente, una tentazione: percorrerla ancora una volta. Pedalare per circa tre chilometri, mantenendosi sotto gli otto minuti. Questa strada ha plasmato la forma di un’arteria. Il cigolio fastidioso della bicicletta è il sangue che fluisce vorace. Si appiccica alle pareti delle curve, trascinandosi in avanti. Ma non c’è alcun cuore alla fine (o all’inizio): la contrazione del muscolo che alimenta il mio andirivieni è irregolare. Incostante. Come una molla, che può distendere la propria tensione quanto vuole, infischiandosene di tutto il resto - non c’è rottura se si controlla regolarmente quanto si è lontani. In questo modo - che sia gennaio o giugno - ho sempre scivolato su quella strada come una biglia che riconosce la sabbia, con una domanda: posso appartenere a qualcosa che non ho scelto?


Mia madre - vittima e carnefice del suo intuito animalesco - sapeva perfettamente dove fossi, anche prima di recapitarmi, a intervalli irregolari di quattro-cinque minuti, una folta sequenza di chiamate senza risposta. Che avrebbero portato a queste domande:

Perché (cazzo, avrebbe aggiunto lei) non rispondevi? Stavo parlando. Ebbene si. Stavo, solamente, parlando. Con? Una ragazza. La tua? No, ci sto ancora lavorando. Work in progress, come si dice. Quando pensi di tornare? Risposta vagamente classica: adesso arrivo - mutuata, a mia discolpa, dalla stessa che sfornava mio padre al telefono quando ritardava. Dopo sei o sette chiamate i toni sarebbero decisamente cambiati: Sono le tre! Dove cazzo sei? Torna subito a casa cazzo. E un’altra serie di mirabili allocuzioni che terminavano senza che potessi difendermi. È che quella sera davvero non potevo far presto.


Ero disteso su un marciapiede, giocando con i sassolini nelle fessure dei sanpietrini e guardando per lo più in basso. Nel mio immaginario, sfoderavo uno dietro l’altro una quantità irresistibile di sorrisi ammalianti, impersonati da qualche parola robusta e corposa, tanto da impedirmi di parlare troppo; ogni tanto sistemavo trasversalmente la chioma sulla fronte, impegnandomi in uno sguardo - per quanto potessi - maschile. Ma credo, non riuscissi in nessuna di queste imprese. La mia estrosità terminava nell’istante in cui sollevavo il busto, e proteso verso il manubrio, incrociavo la gamba destra oltre quella sinistra e toccavo terra. In un attimo la magia si ricordava di non appartenermi e tornavo a balbettare qualche pensiero confuso. Qualcosa di incontrollabile si formava nella mia pancia, ondeggiando come le eliche dell’elicottero. Pensavo fosse normale, poi - il tempo - mi ha insegnato che non succede con tutti.

E infatti me lo ricorda ogni volta che può. Senza dover per forza parlare. Come fosse mia madre. Perché la sua sentenza di condanna prevede esattamente questo: silenzio. E non sarebbe un problema, se non fosse che il rumore della solitudine per me è insostenibile. Così, inevitabilmente, parte lo scontro. O il grande gioco: chi parla per primo perde - cosa che fra l’altro tendo ad applicare a ogni tipologia di litigio. Come un boomerang che può solo tornare indietro e farmi del male. Per via della regola non scritta con cui le donne gestiscono la diatriba: lei sbaglia, tu ti arrabbi, lei si arrabbia perché tu ti sei arrabbiato, tu chiedi scusa. Ma io e mia madre stiamo proprio così: nell’amore che anima una guerra civile.


Però, effettivamente, c’è un’altra cosa da dire su quella notte: sono partito per tornare a casa alle 3.07 . L'orario di rientro era fissato alle 00.00. Ma ripeto: non potevo proprio venire via prima. Ci ero così vicino. Sapete quando stai per fare qualcosa di pazzesco, e ti viene in mente la frase di Amstrong: That's one small step for a man, one giant leap for mankind. Quella sera la luna era davvero vicina. Anche solo parlando, nonostante dentro di me scoppiassero, incontrollate, stringhe di fuochi d’artificio - la sua mano entrava nell'animo e rubava. Dentro: perché quella è l’epoca in cui si mostra ciò che non vorresti essere. L’epoca in cui ti presenti in classe con le cuffiette e dici di ascoltare l’ultimo pezzo commerciale e invece godi de L'isola che non c’è di Bennato, o leggi Il Grande Gatsby ma lo confondi con un telefilm del pomeriggio, o immergi lo studio tra le pagine di un libro che si intitola Make Love (magari su questa storia ci torniamo un’altra volta, lasciatemi pensare).


Ma quindi? Sta Renault Clio Grigio metallizzato? Si gente, è andata proprio così. Mia madre ha sempre detto che l’aveva lasciata aperta per caso, ma non ci ho mai creduto. Non che avesse realmente programmato il tutto, ma sono sicuro che prima di lasciare inserita la chiave abbia controllato che potessi quantomeno trascorrere la notte in macchina. Che è esattamente quello che feci, assaporando la durezza e la lunghezza succinta dei suoi sedili posteri. Facendo a botte con uno stormo di zanzare e moscerini, mentre il gatto dormiva pacato sul muretto, quasi a dirmi: ma guarda questo, chi te l’ha fatto fare.

Una donna. Che ovviamente, al mio messaggio - sto dormendo in macchina - è scoppiata a ridere, sostenendo che stessi mentendo. Ma anche lei, notte dopo notte, avrebbe imparato a conoscerla mia madre.


Nelle ore successive provai a prendere sonno, e forse chiusi anche gli occhi per qualche minuto. Ma intorno alle cinque, estrapolai quello che rimaneva della mia schiena oltre le porte anteriori e feci una passeggiata. Arrivai fino al termine della via e svoltai a destra, raggiungendo il lungo viale che porta allo stadio. Puzzavo, avevo male alle vertebre e stavo a malapena in piedi - ero il protagonista di un film horror che con il passare del tempo aveva cambiato genere, ed era diventato solamente un film del cazzo. Oppure un veterano di guerra, o un barbone, alla ricerca di un letto più che di cibo. Ma all’improvviso, quello di cui vivevo mi venne in soccorso. Appiccicai gli auricolari alle orecchie e iniziai a ballare sul bordo della strada. Oltre la linea bianca continua. Un passo dietro l’altro, a ritmo. Lo schiocco della dita dalla mano sinistra teneva il tempo. La testa ondeggiava in preda a una crisi da LSD, e il mio corpo incontrollato sniffava ogni singolo brivido di Town Called Malice. The Jam, About the Young Idea, 1982 - avrebbe specificato mio padre. Proseguivo in un tip tap alla Billy Elliot nella via infinita, attento ai possibili attacchi dell’esercito inglese.


Poi persi il fiato e tornai alla Renault Clio grigio metallizzato. Dove la storia inizia e dove la storia finisce. Grazie al personaggio con cui questo tipo di avventure terminano.

Verso le sette e mezza, il sole era già cattivo, ma la brezza ancora fresca. E mio padre ha aperto la porta di casa, pronto per andare al lavoro. Ha fatto qualche passo verso il finestrino posteriore. Ha tenuto la cravatta blu con la mano destra e mi ha detto, ma che ci fai qui, vieni dentro.

Di corsa. Senza felpa - quella che le avevo appoggiato sulle spalle - mi tuffai sul divano di casa. E trattenni un sorriso, pensando a quante altre volte avrei amato sbagliare.






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