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La tragicommedia de «La favorita» di Yorgos Lanthimos

Aggiornato il: 6 giorni fa



La Favorita (The Favourite) - forte di ben 10 nomination ai prossimi premi Oscar e della Premio della giuria all'ultima Mostra del Cinema di Venezia- schiude la sua narrazione con un rito: la vestizione della regina. A testimoniare, da subito, l'intreccio magmatico tra tradizione e sovversione che connatura una pellicola audace, provocatoria e a tratti grottesca.


Dopo le cifre surrealistiche dei primi lavori, l'occhio del regista greco Yorgos Lanthimos, filtrato dal grande successo degli ultimi due titoli realizzati oltreoceano (The Lobster, Il sacrificio del serve sacro), realizza una tragicommedia in costume tutta al femminile, che si inerpica nell'eco di una guerra - tra Francia e Regno Unito - troppo lontana perché ne si percepiscano le voci. Ma, se la tematica muta, gli stilemi che caratterizzano la filmografia di Lanthimos restano: inquadrature stranianti, disumane, geometriche, ottuse dai continui grandangoli e fish-eye, e sacralizzate da una colonna sonora quasi liturgica, pronta ripetere e sottolineare il ritmo narrativo sfumato dalle dissolvenze del montaggio (di Yorgos Mavropsaridis) e la maestosità dei costumi (di Sandy Powell), della scenografia, e delle tre protagoniste, finanche rimarcata da una distaccata prospettiva dal basso.


Rachel Weisz e Olivia Colman

Quanto, invece, cambia sono i collaborati "di sempre" di Lanthimos, su tutti i due autori della sceneggiatura che sostituiscono il braccio destro degli inizi della carriera del cineasta greco, lo sceneggiatore Efthymis Filippou. Deborah Davies e Tony McNamara - candidati ai prossimi premi Oscar per la miglior sceneggiatura originale - realizzano uno script che indaga un soggetto più volte ripreso nella letteratura e nel cinema, distinguendolo grazie a un'ironia cinica, mordace e pervasiva in ogni passaggio della pellicola. In questo modo lo sfondo della guerra assume i tratti dell'inutile al cospetto del triangolo tra potere e inganno che si crea a corte. Accanto a una sceneggiatura al limite delle perfezione - che con quella di Green Book si giocherà la vittoria dell'Academy Award -, vi è un'altra dote essenziale nella caratterizzazione della pellicola, ossia l'elemento fotografico di Robbie Ryan. Il quale sfrutta la luce naturale proveniente dalle ampie vetrate del palazzo, oppure chiude i contorni dei personaggi nella flebile luce delle candele nella notte.


Lo sguardo spietato della camera di Lanthimos - sempre presente ed evidente - ci fa incontrare Emma Stone e Rachel Weisz in un duello di bravura e carisma per la supremazia, e Olivia Colman, nei panni della regina Anna, la quale impersona autenticamente il senso tragicomico della ricerca del potere proprio della pellicola, che si dissolve - in una sequenza finale memorabile - ma che non si sfalda mai del tutto. I giochi di palazzo non possono terminare.



P.S. Da vedere assolutamente in lingua originale.



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