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Le 2+2+2 pellicole che gli Oscar 2020 si sono dimenticati

Aggiornato il: mag 23






1. Rocketman di Dexter Fletcher

Oltre alla candidatura come miglior canzone originale per (I'm Gonna) Love Me Again, al biopic di Fletcher manca qualche attenzione. Invero, sorprende in negativo la scelta di escludere Taron Egerton dalla corsa all'Oscar come miglior attore protagonista (già vincitore del Golden Globe come miglio attore in una film musicale), forse dettata dal non scritto criterio dell'alternanza dell'Academy che proprio l'anno scorso aveva assegnato il riconoscimento a Rami Malek per un ruolo "simile". A livello tecnico, dappiù, è inspiegabile come Rocketman non concorra nella cinquina per il miglior montaggio sonoro.



2. Us di Jordan Peele

La pellicola di Jordan Peele sembra anch'essa vittima della regola dell'alternanza, sopratutto data la vittoria dello scorso anno dello stesso Jordan Peele per la miglior sceneggiatura originale. Ma, se Get Out era un tentativo discreto di varcare i confini di genere, Us è molto più di un horror. Peele, invero, regala un originalissimo affresco sociopolitico dell'America d'oggi, ricordando una verità tutt'altro che ovvia: si può essere complici di un sistema malato anche senza essere consapevoli di farne parte. Dacché, il racconto del crollo del sogno americano e la sua metamorfosi. A questo si lega l'interpretazione conflittuale (letteralmente: interpreta infatti due personaggi differenti) di Lupita Nyong’o, che avrebbe di certo meritato un posto nelle cinquina per la miglior attrice protagonista.



3. Portrait de la jeune fille en feu di Céline Sciamma

In una stagione cinematografica non troppo esaltante per le pellicole hollywoodiane, quelle proveniente dal resto del mondo hanno notevolmente alzato la voce. Una di queste (continuante a leggere per le successive), oltre a essere in generale una delle migliori pellicole dell'anno, è la francese Portrait de la jeune fille en feul: la storia di Marianne (Noémie Merlant), una pittrice di fama, ingaggiata, nel quadro di una Francia settecentesca, per ritrarre la giovane Héloise (Adèle Haenel), una ragazza della nobiltà parigina, che la madre (Valeria Golino) ha promesso in sposa a un suo pari. Nelle intricate trame di una narrazione che è (finalmente) un degno manifesto femminista - potente e discreto come è stato definito - spicca un elemento "tecnico": nei candidati alla miglior fotografia non doveva mancare (e forse vincere). Per elevare un cinema in cui prevale sempre il gesto tecnico. La recitazione giusta. «Guardate la posizione delle mie braccia e delle mani» è una delle prime battute. L’inquadratura riproduce il dipinto. O viceversa. In un cinema stavolta studiatissimo nel dettaglio. Quasi pittorico. Alla ricerca della fonte di luce esatta. Senza rimanerne vittima.



4. The House That Jack Built di Lars Von Trier

Lars Von Trier quando smetterà di dividere forse avrà perso il suo pathos creativo. La medesima sorte è capitata a The House That Jack Built. Che avrebbe dovuto comparire fra i cinque candidati al miglior film internazionale. Per la prima volta Von Trier viviseziona il punto di vista maschile, proponendo un’opera labirintica, proteiforme, dove la dimensione aristotelica del tempo narrativo è fagocitata, in cui la morte di ogni vittima è dilatata e qua è là fanno capolino le strofe di Fame di David Bowie. Lars Von Trier compone una profonda seduta psicoanalitica per suggerire la finitezza del male e l'infinitezza dell'arte. Esattamente: una della migliori pellicole dell'anno.



5. Manta Ray di Phuttiphong Aroonpheng

La pellicola thailandese riesce a creare una surrealtà unica, composta di precisi codici destinati a diventare forme concretamente essenziali alla definizione di quella realtà. Un mondo parallelo, in cui il regista gioca nel senso dell'indefinibile e nella duplice identità tra mito e uomo, tra la sottile differenza tra ciò che è reale è ciò che ci appartiene. Manta Ray doveva comparire quantomeno nella short list.  



6. Diane di Kent Jones

È nell'esordio alla regia di un lungometraggio di Kent Jones che si nasconde la miglior performance femminile di quest'anno: a Mary Kay Place è affidato un ruolo raro, particolarissimo, ossia quello di una donna vivace, scorbutica, spigolosa che "impara" la vecchiaia. La pellicola è un ritratto meticoloso e attento di una transizione cruciale nella vita, ancor più della pubertà; il film racconta dell'indomito annebbiamento dell’invecchiare, della pacata sobrietà, e, addirittura, dell’indifferenza che si matura verso ciò si è vissuto.

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