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Lettera ai padri. «I colpevoli» di Andrea Pomella



«L'amore è la più seria tra le goffaggini umane»


La resiliente stratificazione emotiva de L'uomo che trema (Einaudi, 2018) è irripetibile. Con I colpevoli Andrea Pomella rincorre - duplicarlo era non solo impossibile ma forse anche sbagliato - lo stesso spessore emotivo del romanzo precedente, confrontandosi con un tema iper tracciato nella storia della letteratura: il rapporto con il padre.

In questo senso, il nuovo romanzo dell'autore romano è un soliloquio introspettivo e senza destinatario; rappresenta concretamente l'intenzione (ossimorica) di quella letteratura senza un "a chi". Così, Pomella si confronta con quella "condanna" esistenziale che spesso lega padri e figli; su tutti, ovviamente, il paragone con Kafka è ineludibile. I colpevoli, invero, rimescolano un presentissimo sostrato letterario che è all'orgine dell'andamento alternato del romanzo: Pomella, alla considerazione introspettiva, affianca un andamento dubitativo, con i fortissimi "tu", che diventano in tutto e per tutto non dei pronomi, ossia qualcosa che sta al posto del nome, ma dei deittici, che puntano il dito.


Più volte il tono saggistico si mescola a quello narrativo, la sapiente abilità di Pomella nell'indovinare quella strada mediana già percorsa ne L'uomo che trema, e che costruisce un romanzo a matriosca, dal notevole spessore non solo narrativo ma "accademicamente" contenutistico. Infatti, la fenomenologia del perdono e della colpevolezza investe gran parte del romanzo, divenendo vittima e carnefice della narrazione stessa:


«sei stato il padre. Nient'altro. Poiché la legge di natura impone che il padre presto o tardi tradisca il figlio, e impone che senso questo atto di tradimento il figlio non possa divenire adulto, e a sua volta padre»



Per poi allacciare il tema di cui il rapporto tra padre e figlio è forse la metafora più grande: il tempo. Se ne L'uomo che trema Pomella giocava con una memoria turbata, bistrattata e rimossa, ne I colpevoli racconta di una memoria assente ma al contempo presentissima di una mancanza che, aristotelicamente, diventa spazio (non vuoto):


«Ogni cosa accade per la prima volta. Ma il divario tra illusione realtà mi opprime, senza darmi modo di vivere né l'una né l'altra. La mia incredulità non è che il residuo di un tempo deteriorato che ancora ci trasciniamo dietro»

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