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Montagne russe (da asporto)

Aggiornato il: 4 set 2019


Fotografia di Paolo Paci

Al prossimo treno 1 minuto e mezzo. Alla letteratura piacciono le frazioni. Quando le sommi non si capisce mai il risultato. La linea gialla è il confine del vento, prima dell’acqua. Qualche persona in piedi sulla battigia. Suoni sparsi. Acquarelli tra le mani sporche. Il calore si arrampica tra le molecole oltre i binari scuri. Come le bollicine della ribolla gialla salgono verso la superficie del bicchiere, nel pallore di minuscoli fuochi d’artificio. Silenziosi: la solitudine di quell’uomo steso a terra, alla ricerca del calore della polvere. C’è chi prega ma non ha un vestito bianco. Sono quasi le otto. Di sera. La scorsa ho dormito poco. Ero in un sogno da asporto. Le bugie erano tutte vere. Sono rimasto impigliato. Una farfalla goffa.

Al treno un minuto. Quante cose posso fare? Non ho modo di guardarmi con i miei occhi. Un materasso di spilli mi preme sulla carne nuda. Le estremità delle dita tremano come il pianto di un bambino. Ho voglia di ballare, ma la riproduzione casuale è un’emozione sciolta.

Mezzo minuto è del tempo? Il cartellone pubblicitario vuole che mi iscriva in palestra.

Il treno è pieno. Sirena. Niente bombe: le persone smettono di fluire. Porte chiuse. Sangue sporco fuori e sangue pulito dentro. Mi manca l’ossigeno. Allargo il dolcevita. Non mi ero mai accorto che i sedili sono tutti indistintamente grigi. Il mio odore cammina all’indietro: non voglio vedere quello che c’è dopo.


La frangia nera è dritta. Verso destra. Il rossetto viola. Si intravedono i grumi sotto la punta del naso. Due linee tratteggiate e simmetriche sottolineano le guance smunte e secche. Cade l’occhio. Il seno avanza oltre il giubbotto imbottito. Il biglietto da visita fa capolino dalla tasca. “Salone da Ros…”. Non si legge. Senza un nome siamo persi - una carezza senza pelle. Quanti figli dalla fede al dito? Sbadiglia, aggrappata all’asta metallica. Traballa. Sbadiglia ancora; la mano sembra una piuma sopra un corpo nudo. Ingrossato nei fianchi. Cosce spesse. Piedi piccolissimi. 35-36 direbbe la commessa. Le donne nemmeno tra loro si comprendono. Sono sole, a metà tra due mondi. Il suo nome sa di fiori sul versante di un vulcano. Forse proprio il Vesevo. La pelle porosa resta a galla nelle radiazioni della luce al neon. I lampioni, là, sulla strada, sono tutti maschi, perché non sanno fare più cose assieme. Vorrei sollevarle i bordi delle labbra con le mie battute senza grazia, ma la distanza consuma la volontà di osare. Alla fine scelgono sempre quella più giovane, i lampioni. La fedeltà è l’olio di mandorla che le scivola oltre i polpastrelli. È la sua fermata. Il biglietto esce dal portafoglio. Quattro volti. Due maschi e due femmine. Se giochi a nascondino, la famiglia è il luogo più sicuro.


L’ultimo bottone della camicia a righe rosse è slacciato. Il tempo per la cravatta è finito. Seduto. Ben oltre gli 80 Kili. L’anima è leggera, avviluppata a Bulgakov. Cuore di cane, una della prime edizioni Einaudi. Le gocce del tempo scavano nel volto. L’unico scorcio di pelle al freddo. I pantaloni neri e larghi nascondo le caviglie fragili. Il pavimento si muove. Il terremoto. Le pupille vibrano. Non va a scuola da 63 anni. Lui c’era quando è successo. Per anni ha dormito vestito. La cintura allacciata: ha le ossa sottili. Che sanno di salsedine e pesce fresco. È nato accanto al mare, poco prima della linea gialla. Nella mani le bruciature della griglia, l’asprezza del limone, il solco di una Beretta 34 calibro 9 corto semiautomatica. Mani grosse, come i manici di una bilancia. Sorreggono la copertina cremisi del libro. Nasconde la forma di un piccolo cilindro nella tasca sinistra della giacca. Le medicine. Il sangue è troppo denso, la pressione troppo alta. Ma grazie ai trapianti di Bulgakov vivrà per sempre. Le sigarette sono strette nel taschino del cuore. Due cicatrici enormi sul petto. Alla fine viviamo grazie a del ferro. L’amore è questione di allenamento. La barba è sottilissima. Tanti piccoli puntini. Li collego. La sua vita guizza tra quelle barriere invisibili. Ama dire cazzo dopo un goccio di mirto bianco nel caffè.


La mamma tiene l’iPhone. Che si piega. Avanti e in dietro. Harry Potter e il prigioniero di Azkaban. Letto da Francesco Pannofino. Le cuffie bianche nelle orecchie di uno sguardo muto. Una tavolozza fantastica. La pelle ovunque glabra. Liscia, seta, un mare calmo, coperto da un tappeto enorme. Hermione non è mai stata così bella. Tranne al ballo del ceppo. Per quello ci vuole tempo. Devi crescere. E poi l’eccezione è il gusto preferito dei gesti scaltri. I suoni sono veri per forza. Ma non devi avere paura, al corpo non hanno ancora insegnato a mentire. Scoprire, toccando, è vegliare la luce di una candela. Le unghie sono lunghe; gli strap slacciati per gran parte. Passiamo tutta la vita a non volere più i lacci nelle scarpe. Fra poco, conoscerai un aggeggio da grandi. La giratempo. Cercate pure in giro. Ma è quello che vogliamo tutti. Il tempo è l’unica storia che non leggerà mai nessuno.


Fermata Duomo. Le cose grandi riempiono la bocca di chi non ha un cazzo da dire. Guardo il signore. Mi siedo.


Come stai? Quand’è l’ultima volta che te lo hanno chiesto? Le braccia formano un ellisse sbilenca. Flettono poco dopo i gomiti. Il cappotto è lungo. Tuo padre dice che mangi troppo. I dolci si trasformano in consapevolezze? L’ iPhone è sorretto con l’energia della cartapesta. I tuoi modi sono alla fine dell’imbuto di una strana riproduzione casuale. L'illogica allegria è cristallina nella guance rotonde. Il fondotinta copre la gioventù che c’è ancora. Attorno agli occhi grandi il mascara è sottile. Cerca fiducia. La vendono all’autogrill fuori Bergamo al costo di sette goleador. Un viaggio lento nella bolla di mille canzoni tristi. Ballare è dire tutto. Ma le nuove avventure ti guardano dietro il libro che fiorisce dalla borsa. Mi ricordo la frase che in classe ci lesse il professore: «E se non mi vorrai, non preoccuparti di me e non rispondere alle lettere che qualche volta ti manderò, non leggerle, se credi; ma lasciami questa illusione di essere ancora vivo per qualcuno». Montale c’è stato tanto tempo fa. Ma Clizia era un po’ come Zelda. Donne che diventano lampioni. O forse, tutta questa storia dei lampioni è solo una grande scusa per vivere un’emozione alla volta. È tutto più facile.

Gli occhi sono davvero grandi. Stesso colore dei capelli. Boccoli accennati. Fusilli stropicciati. L’eco di tanti pensieri. Allacciati al sedile di un auto, lungo l’autostrada, alle prime luci del mattino. La palpebra sbatte, l’aria freme. La gente pensa sempre troppo davanti alla leggerezza di un sorriso come questo. Canzone successiva. Rollercoaster. Da Gaber a Emis Killa è un attimo nella strade di questo mondo.


Mi sono chiesto più volte perché non sono diventato un pilota. Lui è lì. Dall’altra parte. Ora del treno, domani del mondo. Sopra il trolley nero il logo inconfondibile. Ryanair. Flight 3463 from Milano Malpensa to Londra Stansted. A volte mi diverto a ripeterlo sollevando la cornetta del citofono a casa dei miei nonni. Sei un cretino dice mia madre (dice di peggio). Lui scioglie le fila di un gomitolo fra le orbite di milioni di persone, dietro il piccolo sguardo di un oblò. Dove il mare si specchia. Non hai buttato la tua vita per niente? Il suo sguardo è quello di mio padre quando guarda sua moglie. Vorrebbe dirle qualcosa che neanche si ricorda. Scenderà a Centrale, poi il suburbano fino a Malpensa. Può il mondo concentrasi in una stanza? Quella che in una casa manca sempre. Ha visto tutto il bene e tutto il male posarsi sui gradi delle spalle. Non ha i Ray-Ban. Tom Cruise è un sogno. L’amante è il modo più sicuro per sopravvivere. Portala a Primerose Hill. L'autobus ferma davanti allo zoo.


Si, da questo lato resti solo te. Con la e chiusa mi ha detto l’insegnante di dizione. Non fare quell’accento romanesco del cazzo (il signore non c’è più, peccato). I tuoi piedi sono in terza. La fasciatura sotto i jeans neri non si vede. Il cappotto è da motociclista. Il cappello da fata. Era un sorriso quello? Lo sapevo. Come quella storia che leggevo da piccolo in cui Pippo faceva cadere le uova e la principessa senza sorriso rideva. Devo avere paura di un nome uguale letto al contrario? Fermata centrale. Facciamolo in macchina, poi andiamo a cena. Giapponese da asporto. Ho paura. Ho voglia. Di scappare. Di rimanere in queste montagne russe; chiamare da un posto molto lontano. E ordinare le parole che vorrei dirti. Mi trovate sul bordo di una schiena. A chiacchierare del più e del meno. No, ferma lì. Conosciamoci fra qualche anno. E i ricordi? La riproduzione casuale ghiaccia. La puntina del vinile scorre sulla schiena. Devo indovinare la forma che compone. Il finestrino scorre lontano. Ho lasciato l’impronta della mano in alto a sinistra.


- Mamma! Il profumo del tuo balsamo.

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