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I motivi antichi di un monologo succinto per una ragazza triste


Ritratto, di Amedeo Modigliani

Ti vedo, non fare finta di nulla. Guardami se vuoi farmi del male.

La gente dice, hai lo sguardo triste. Fatti i cazzi tuoi. Mi fanno ridere quelli che dicono che il mondo è folle. Voglio di più. Dico a te che vuoi portarmi a letto. Voglio di più, fammi vedere cosa sai fare, se non hai troppa paura di toccarmi quando il sale si mischia al sangue. Gli uomini sono pillole di inconsistenza. Ce n’è uno che non parli della sua ex? Comunque provino a fotterti, la loro debolezza deriva da un elemento ineludibile: devono andare, raggiungere qualcosa che non c’è, ricomporre, colmare, coprire, riempire. Insomma, venire. No, non fatelo, non sottovalutate il sesso, perché è l’unica metafora con un briciolo di senso.


La gente chiede, che ti è successo? La gente ha rotto i coglioni. “Aiuto!”, ce l’ho scritto in fronte? No. Sto bene. Anche se nessuno ha il coraggio di chiedermelo. Tutti che si concentrano su quella domanda del cazzo. Certe persone imparano delle verità prima di altre. Succede. Come accadono mille altre cose di cui non ho idea. Ma non ditemi: capisco. Perché non capite un cazzo. Siamo diversi e abbiamo solo paura di restare soli. Io per prima. È un gioco senza regole.


Ho iniziato a fumare e vado in giro con delle scarpe rosse. Disegno, ma non lo sa quasi nessuno. Riempirei una parte intera di foto e pezzi di giornale. Ricordo vagamente alcuni accordi per pianoforte, mangio spesso, conosco l’interpretazione pornografica dei carme di Catullo e canto a squarcia gola Viva la mamma di Bennato. Sto imparando a scrivere, ma lo faccio di fretta, perché non riesco a dire troppo. Finirei per capire (il tasso di cresciuta della popolazione in Sri Lanka è del 1,1%).


Il tuo viso ha lo spirito che associo a un lago: non so se mi piace, ma ogni volta che lo guardo mi attrae, ha detto un tipo che passava. Strano. Non si dice e basta. Le persone chiedono. Un cornetto vuoto al bar, un toast freddo, un’acqua e menta, e meglio se l’acqua è frizzante. Come mai mangi così presto? Gli ospedali mettono a disagio anche te? La Alessandra-Piacenza è una linea completare? C’è un modo per capire se sono all’altezza di quello che vivo?


L’altro giorno in treno ho pianto. L’acqua scorreva testarda, muta. Mi ha suggerito che è difficile dimenticare la propria storia. Perché quando ci dobbiamo salutare fai finta di nulla? Perché mi prendete in giro? Perché cazzo non rispondi? Perché chiami tua madre ogni giorno? Gli occhiali da sole riescono davvero a ripararti dagli altri? Signorina, il biglietto.

Da dove arriva tutto questo non lo so. Mi sono sporcata di lacrime. Sempre loro, perché - tenetevi forte - il dolore non cambia. Trasforma, spinge, ammazza. O al massimo dimentica se stesso da qualche parte.

C’è sempre qualcuno di cui vorremmo parlare. Ma sono stufa e divento pensate e mi sento in colpa, perché ho smesso di pensarci. Ho provato a vivere quello che rimaneva, ma certe cose si nascondono dentro e quando ho il coraggio di dirle, le persone dormono. Vale lo stesso amare senza saperlo? Io sarò sempre ciò che sono stata in quel momento.

Dico a te, raccontami la storia degli anelli che porti al collo. La risposta è indietro nel tempo; motivi antichi, dici. Tu vuoi fottere il presente, ma sarà lui a fottere te. La vita è una perifrasi troppo lunga perché sia comprensibile, diceva il prof. di latino in terza liceo. Siamo noi a cercare un’immediatezza che non può esserci, perché a chi apparterebbe? L’esplosione di un’emozione - guardala - ha già dentro di sé voglia di finire. È un’evoluzione: i pezzi che cadono non restituiranno mai la forma originale. La felicità è un’intuizione perversa.


Ascoltate la notte? Voglio dire… quelle là, quelle oltre il terrazzo della mia camera, sono voci.

Le forme delle cose non dicono niente di ciò che sono. Noi cadiamo. Foglie, mani, capelli, scarpe, lacci di scarpe, ciglia. Sempre oltre il terrazzo, oltre il confine e dentro un lago. Dove sono? Ti rincorrevo e mi sono persa. Segnali di fumo, segnali che non può trovarti nessuno se non lo vuoi. È meglio non pensarci che siamo piccoli, che quello che resta sono sempre e solo giorni. Dicono, ecco che se ne è andato un altro. Cazzate: sono le persone ad andarsene.

A me piace perdermi nelle metà che formano altre metà. Quanto ti dicono non ci andare: ho paura che là fuori qualcuno voglia amare i miei errori. È una catena di pelle il mondo, che irrora armonie sporche. Lavati, puzzi. D’estate è così. Qualcuno ha toccato l’infinito. Io resto qui, perché è una questione molto semplice: tu e io. Tre parole che possono riassumere quel mondo che d’estate puzza. Tranquilli, lui non si offende, cerca come noi un segno. Fragile, forte, robusto e forse arrogante. Capace di oltrepassare un terrazzo.


La sera mi accendo una sigaretta e siedo sopra il vuoto. La cornice oltre i tetti è blu elettrico, come se il sole avesse ancora qualcosa da dire. Le persone scorrono sotto i miei piedi. Le guardo tutte. Alcune non le vedrò mai più. Sono invisibile. Mi fa incazzare: la gente non guarda mai verso l’alto.

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