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Parallelepipedo


Resti di navi, di Paul Klee

Mi sono alzato dopo le 8, ho aspettato quarantadue minuti e ho leccato l’antibiotico. L’ho sentito colpire l’intestino e mi sono chiesto da cosa è fatto, ma ho lasciato stare e mi sono soffiato il naso. Si è screpolato sul bordo e guardandomi allo specchio mi sono accorto che l’orecchino si rovina se prima di andare a letto non lo tolgo. Fino alle nove ho tenuto la luce accesa senza sollevare le tapparelle. Ho letto l’introduzione alla biografia di BobbySands. Sono andato in bagno, ho accesso la stufetta bianca DeLonghi, ho cambiato la canottiera bagnata, ho indossato il maglione della S.S. Lazio e dei pantaloni di tuta blu notte a sigaretta. Prima ho fatto il bidè perché mi è sembrato giusto anticiparlo rispetto al lavaggio dei denti. Ho preso le ciabatte Ikea. Mi sono ricordato di aprire tutte le finestre del piano notte e poi sono sceso in cucina dove le tapparelle erano tutte sollevate. Sul tavolo della cucina lo schermo del Mac era nero. Mio padre sta scrivendo la memoria per il giudice. La lavatrice nel bagno di servizio pompava come le casse ai concerti. Ho caricato la caffettiera di Rosaria e ho spalmato il miele d’acacia sul pane. È entrato un profumo dalla finestra lasciata aperta non credo apposta. L’ho studiato con una narice chiusa. Mi sono concentrato sul caffè che circolava dentro il suo mondo come gli alberi che ora perdono tutte le foglie. L’ho sollevato verso il mento e ti ho vista appiccicata al frigo. Ho pensato di invitarti a fare colazione, ma ti ho vista imbarazzata e ho provato a ricordati nuda. Sono uscito dal mio corpo e mi sono guardato allungarti un pezzo di plumcake al lampone. Chi c’era dice di avermi visto nascondere dietro l’ombra della fetta di torta. Ho scaldato la fronte col fumo del caffè. Mi sono alzato e ho preso la fiala dell’integratore alimentare che ha il colore della fortuna liquida. Mi sono girato, poi ho guardato di nuovo fuori dalla finestra. L’ho fatto ancora, vicino al rosmarino che mia sorella ha chiamato Romeo. Allora mi sono abbassato i pantaloni, ho tolto il maglione e la canottiera. Di corsa. Ho staccato la catenina dal collo e l’ho accartocciata sul davanzale. Mi sono seduto davanti a te, ho accavallo le gambe e ho avuto paura che pensi che io ce l'abbia piccolo perché riesco a farlo. Poi sono uscito ancora una volta dal mio corpo e ti ho visto allungarmi l’antibiotico che mi hai raccolto dentro. Di te è rimasto l’odore nell’androne del frigo in questo momento in cui c'è sempre da pensare.

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