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Pioggia di polline



Il titolo di quello che scrivo arriva alla fine. È lo sguardo prima di andare via.

A maggio e giugno dondolo fra lenzuola di polline. Penso, tossisco; mangio, tossico; scrivo, tossisco. Sul tavolo del bar c’è l’odore dell’estate. Buffo, che tu mi venga in mente. Ricorda: l’antistaminico poco prima di dormire. Quando spogli la giornata e la nascondi nei respiri profondi. Io non sono cambiato, mi addormento ancora poco dopo le due; ho imparato a sognare di giorno, tra i tetti di questa città. Che non è la mia. Perché il mio posto è tra mani sporche d’inchiostro, e la linea della schiena che rimpicciolisce la sua forma. Ha sbagliato a essere poca coraggiosa. Buffo: scrivere è dimenticare quello che si vuole dire.


- scusa hai l’accendino?

- si

- hai anche una sigaretta?

- tieni

Quello che vogliamo è sempre nascosto. Da chi ho preso? Se avessi i modi di mio padre saprei dove cercare, ma la confusione è l’unica soluzione per non capire quello che manca.

Amare, voce del verbo rimanere, dice un bambino che piega la carta sporca di uno scontrino. Buffo sbagliare; buffo che il mondo si copra di polline. È ridicolo, come noi, impacciati e brutti al mattino. A volte se ne va. Fa male se ti tocca, e allora maledetta la realtà. Quelli come me se ne vanno se il tempo prova a fermarsi.

Che ti serve per accorgerti del cielo? È pioggia di polline. Che vola, leggera, e forse scopre un mondo diverso. Allunga la mano e raccogli questa polvere bianca, sono poche verità per qualche bugiardo. E vorrei parlare ancora, ma non voglio esagerare. Prova a guardarti, senza dire nulla.

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