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Poesia controTempo: l'invenzione del vero poeta

Aggiornato il: 15 apr 2018


Il poeta ricompensato, René Magritte


A quattordici anni non avevo idea di cosa fosse la poesia. In realtà, anche oggi farei fatica a definirla con precisione, ma, quantomeno, credo di averne contezza. Nel senso che conosco autori, conosco pensieri, conosco filosofie di pensiero. Questo – ovviamente – non significa conoscere la poesia, ma, in un certo senso, vuol dire essere in grado di interpretarla – il più delle volte. Per “quelle altre”, invece, serve l’intelligenza dell’anima.

Quando penso alla poesia, penso a Shakespeare. Il motivo è semplice: sempre a quattordici anni, in una biblioteca nel centro di Verona (che ora ha chiuso) ho acquistato una copia dei Sonetti dell’autore inglese. Ed ogni mattina, per tutti e tre gli anni delle scuole medie, prima della colazione, sedevo sul letto e ne leggevo uno. Non seguivo un ordine – soltanto l’istinto – cercando di impararli a memoria, per recitarli davanti a qualche ragazza, e portamela a letto (a quattordici anni, cosa molto improbabile).

Solo col tempo sono venuto a conoscenza della loro storia e genesi. Che è una delle più affascinanti della letteratura di tutti i tempi (Alla pari – che io ricordi – solo di quella dei Canti leopardiani). Anche in questo caso il motivo è abbastanza intuitivo: ciò che sappiamo a riguardo corrisponde a fiumi e fiumi di inchiostro che asseriscono teorie su teorie, ipotesi su ipotesi. Non c’è nulla di certo. Lo sono, in parte, soltanto le date, 1598 – 1609, che circoscrivono il lasso temporale entro cui il poeta di Stratford avrebbe completato la stesura dei 154 testi del suo Canzoniere.

Canzoniere”. Esattamente. Il termine non è casuale; sia per questioni personali, che per questioni inerenti lo studio delle letterature comparate. La prima questione fa riferimento al modo in cui ho riscoperto i Sonetti, ossia al primo di anno Università, quando durante il corso di letteratura italiana, il professore, dedicandosi all’interpretazione e alla storia della genesi del Canzoniere più famoso di tutti i tempi – quello di Petrarca -, citò proprio il Bardo. La seconda questione, invece, non è assolutamente “farina del mio sacco”, essendo che i collegamenti intertestuali fra le due opere sono quantomai lampanti. Ma cominciamo a raccontare.


Partiamo dall’altra cosa certa: il modello dei Sonetti è Petrarca. Com’è, d’altronde, per tutti poeti inglesi dell’epoca, da Wyatt a Surrey (coloro che trasmigrarono il petrarchismo, ed il sonetto, nell’isola inglese). Dappiù, si crede possibile che in questi 154 testi Shakespeare abbia voluto tratteggiare il sostrato filosofico di tutta la sua produzione teatrale; da «il senso così dolorosamente avvertibile nei drammi della inafferabilità del reale, della irrealtà di una realtà che appare soltanto immagine; al singolare senso di colpa legato alla creazione artistica che pienamente si esprime nell’ardua figura della Tempesta […]; fino all’ossessione del tempo» (dall’Introduzione ai “Sonetti” di W. Shakespeare, Anna Luisa Zazo).

Ebbene il drammaturgo inglese vede riflesso (e soluto) il suo pirotecnico orizzonte filosofico proprio in quella corrente filosofica cosiddetta neoplatonica, dacché «il mondo gli appariva un’irreale e mutevole immagine» (ivi) – ed in questa prospettiva egli edifica il suo personalissimo Canzoniere. Che, ancor prima di essere modellato su quello petrarchesco, è ispirato alle Rime e ai Trionfi del grande poeta aretino.

Tuttavia – come precedentemente sottinteso – è impossibile sapere se Shakespeare intendesse questi testi in un senso unitario (come nel Canzoniere di Petrarca), oppure se siano dei testi tra loro slegati. Certo è, d’altro canto, che un’unità ed una continuità di tematiche persiste ed insistente all’interno della raccolta. Per esempio si colgono numerosi e coerenti i richiami ai primi drammi, basti pensare alla serie di sonetti dedicati alla dama bruna («woman coloured ill»), che rimanda a Pene d’amor perdute, commedia ricca di preziosismi eufuistici, come la connessione tra gli occhi e la diretta conoscenza. “Occhi” che sono anche un unicum tematico importante in una sezione del Canzoniere del Petrarca, nelle cosiddette “cantilena oculorum” (71-73). Inoltre, come vira drasticamente lo stile linguistico e diegetico dei drammi, muta anche quello dei Sonetti: partendo dagli elementi eufuistici sopraddetti, si arriva ad uno stile essenziale e folgorante, per poi culminare con uno quasi criptico, che è affine a quello metafisico del grande poeta elisabettiano John Donne. Và, infatti, ricordato che i sonetti esprimono emozioni e non eventi. E tantomeno emozioni di eventi. Esprimono bensì emozioni per così dire “assolute”, come stati d’animo o dibattiti interiori. Insomma, idee, sentimenti o immagini del tutto lontane dalla realtà.

È dal tema dell’Immagine versus la realtà che scaturisce l’occasione dei Sonetti shakespeariani. Pensiamo quindi ai diciassette sonetti iniziali, in cui il giovane amico perpetua l’immagine della sua bellezza. In quelli successivi – come nel 24, nel 27 e nel 28 – l’immagine si confonde con la realtà, divenendo ancor più veridica; si confonde finanche con l’illusione, assumendo la forma del sogno tramite la contrapposizione dell’ombra con la sostanza. La creazione artistica diventa dunque l’autentica realtà poetica, legittimando la sua essenza grazie all’aspetto sensoriale principe: quello della vista. Niente sembra essere toccato o sgualcito, ma ogni cosa è vista con «con gli occhi della mente» (Amleto, I, 2). Ma vediamo cosa suggeriscono le parole del Bardo:

Il mio occhio si è fatto pittore e ha ritratto la tua bellezza nel quadro del mio cuore; il mio corpo è la cornice che lo racchiude e, prospetticamente, è opera pregevole. È infatti nella maestria dell’artista che puoi vedere dove si trova la tua vera immagine: essa pende ancora nella galleria del mio animo, le cui finestre sono i tuoi occhi. Vedi quale vicendevole aiuto si son dati gli occhi: i miei han dipinto la tua forma, e i tuoi sono fenditure dentro di me, per le quali il sole si diletta e indulge nell’ammirarti. Ma pure all’arte degli occhi qualcosa manca: ritraggono solo quel che vedono, non le nostre profondità.

(Sonetto 24 – traduzione di Giovannni Cecchin)


Da quest’ultimo si evince chiaramente come la vista sia il più astratto dei sensi, e come – per questo – responsabile dell’immaginazione della realtà: l’io osserva solamente un’immagine riflessa del mondo: l’immagine è un surrogato illusorio della realtà stessa. Ed è in questo pertugio che si inserisce – incalzante – la metamorfosi del tempo.

Nei Sonetti – il tempo – è designato dall’opposizione con la morte; ossia il tempo è il nemico da sconfiggere e debellare. Ma prima del confronto con la morte esso non può che confrontarsi che con la poesia – proprio come nei Trionfi del Petrarca. Di questa “sfida” sono testimoni i sonetti 15 e 18 – uno dei più celebri; così recita:

Devo paragonarti a una giornata estiva? Tu sei più incantevole e mite. Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio e il corso dell’estate è fin troppo breve. Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo e spesso il suo aureo volto è offuscato e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore, sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura. Ma la tua eterna estate sfiorirà, né perderai possesso della tua bellezza; né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra, poiché tu cresci nel tempo in versi terni. Finché uomini respirano e occhi vedono, vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

(Sonetto 18 – traduzione di Giovanni Cecchin)


Potremmo quindi asserire che da una parte Petrarca crea un Io che parla con se stesso, che ama, che soffre e che continua ad ardere anche dopo vent’anni la morte di laurea, fino al rovesciamento del «giovanil errore». Shakespeare, dall’altra, inventa il vero e proprio Poeta, «che mette a nudo la sua anima e la ricrea» (dall’Introduzione ai “Sonetti” di W. Shakespeare, Anna Luisa Zazo). Petrarca, quindi, fa della sua poesia Laura, mentre il Bardo costruisce dai suoi amori e dalle sue donne la Poesia. In questo senso – dal passaggio dal spirituale al terreste – nei sonetti del poeta inglese si scopre vincitrice assoluta l’eternità, figlia di una irrealtà drammatica e con qualche eco foscoliano.

Il poeta segue il percorso di«un’Idea di realtà, rifiutando la realtà, poiché l’Idea è la sola possibile realtà» (ivi).

Shakespeare si innamora di un’idea, prima ancora che della sua forma, dando vita ad una poesia mai vista fino a quel momento.


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