• Possibilia

Punto e virgola


The impressionist lovers, Leonid Afremov

Non succede quasi mai, ma delle sere ti vedo camminare lungo la strada che porta in centro. Sei tutta di corsa. I capelli in bocca; le mani che si arruffano nell'aria. Che ha l'odore dell'estate neanche arrivata. Quello sottile, malinconico. Tu diresti «sono triste», senza un perché. L'odore dell'estate è anche questo. Non ti innamori di colpo, ma lentamente. Come quando ti addormenti sul mio petto. Io dico che russi, ma tu dici il contrario; e ti arrabbi quando ti prendo troppo in giro. Eppure dovresti averlo capito: è l'unica difesa che ho. L'unico modo di tenerti testa.


«Ti vedo camminare lungo la strada...», lo dico sottovoce. Sopra il balcone mi sento leggero. Non ho ali e nemmeno sogni. Ho solo la fantasia. «Non c'è nulla che tu non possa creare con la fantasia. Costruirai qualsiasi cosa», ripeteva sempre lo zio quando riempivo i viali della casa con delle lunghissime code di micromachine. In sere come queste, credo che il sole sia sparito da poco, perché ne sento ancora il calore sulla pelle. Che non è per nulla abbronzata. Tu l'hai sempre avuta del colore del latte. «Ma cosa dici! Sono abbronzatissima!» sostenevi in macchina di ritorno dal mare. Quella piccola scatola rosso corallo che ci portava ovunque. Anche se a volte qualcuno si dimenticava il costume e le mutande sul tetto, e fluttuavano nell'aria chissà per quanti chilometri, mentre tua sorella rideva come una pazza.

L'odore dell'estate mi si appiccica sulla pelle; lo stesso per cui pensavi che la notte, quando faceva troppo caldo, mi staccavo dal tuo corpo e dormivo dall'altra parte del letto. In realtà prendevo solo fiato. Pensavo con chi altro avrei potuto fare l'amore. Tremavo dalla paura di non darti abbastanza. Che non so nemmeno quanto sia. Dovrei imparare a piangere. Sciogliermi nel dolore. Come Ulisse.


Vedo che ti sporgi dal parapetto sopra il fiume. L'acqua scorre più leggera del mio pensiero. La luna ha la stessa luce della lampadina sul legno della mia scrivania: intensa e precisa. Una volta mi hai chiesto il nome del fiume. E io ti ho detto che era solo un torrente, ma a te è sempre piaciuto vedere le cose in grande. O forse lo facevi per farmi felice.

Altre sere, quando succede, vorrei urlarti di fare presto. Perché al caffè, nel tavolino in fondo al locale, sotto allo specchio, sopra la parete a strisce, ci sono io. Che aspetto. Te.


Altre sere ancora, non ti aspetto al bar. Sono esattamente dove sei ora. Sul lato del ponte. Che non è un ponte. Forse neanche un ponticello. Ma non importa. Al centro della strada potrebbe esserci un pianoforte. Io, che non lo so suonare, potrei sedere e iniziare a farlo. Oppure tu mi spingeresti ai bordi del ponte. E io dovrei aprire l'ombrello, perché una tempesta di colori ci sommergerebbe. Emozioni? «Che stupido» mi diresti.

«Come stai?», «Hai dei progetti?», «Sei delusa?», «Oggi hai sorriso?», «È vero che quest'anno l'odore dell'estate sa quasi di sale?». Se ti incontrassi ti chiederei tutto questo, ma mi limito a vederti su un ponte piccolissimo. È che non riesco ad elidere la tua buffa espressione dalle mie mani. Si direbbe «dalla mia testa», lo so. Ma giuro, io l'ho proprio tra le mani, e ho la netta sensazione di maneggiare una di quelle bellezze da guardare con cura. Di creta.


Ma ora chissà dove sei. Avrai trovato amore. Eppure di quel pianoforte io saprei che farmene. Inventerei una canzone. Certo, non di note, ma di parole. Un po' come questa. D'altronde chi l'avrebbe mai pensato che lo zio, quando diceva «tu costruirai», intendeva che avrei costruito storie. E che i miei mattoni sarebbero state le parole. Non ci avrei scommesso un centesimo. «Una lira», avrebbe detto lui.

Su quel ponte, la tua espressione è come un enorme punto e virgola nel cielo. Come quando quattro stelle fanno comunella, e vogliono far credere che il cielo finisca nei confini della loro luce. «Dovrei dormire» sussurro. Eppure non posso fare a meno di pensare che sia esattamente così. Un punto e virgola nel cielo. Che poi, il punto e virgola, mi è sempre piaciuto da impazzire e tu lo sai. È la fine, ma non proprio la fine. Che si potrebbe dire «quindi?!», «quindi cosa?!»; scoppiavo a ridere tutte le volte che me lo dicevi arricciando il naso. «Cancella tutto, ma non dimenticarlo completamente». Ecco ciò che dice il punto virgola.


Di certo, quella sera era lì. Sul Ponte degli Scalzi. L'acqua era sempre leggera. Non credo ci fosse nessun pianoforte, ma continuavo ad avere in testa una canzone. Di stelle era pieno. O almeno, così credo. In alto non ho mai guardato. «Vieni con me» ti avrò detto. Non hai risposto. Devo averti recitato all'orecchio quella poesia che ho imparato a memoria di Hesse:


«Me lo dirai domani, / Chissà, forse domani / si farà tutto facile e leggero / quello che oggi per il cuore è triste»

Allora succede che mi trovo a fantasticare da quassù, dal mio balcone al trentaquattresimo piano - quando il mio palazzo ne ha solo sette. Che è fare poesia.

Ti vedo camminare lungo la strada che va in centro e penso che ti sei messa un vestito davvero corto. Che forse devi incontrare qualcuno. E penso a tutte le volte che l'ho fatto io. «L'amore è una temoachia». L'ho letto in un libro che ho finito di recente. Sai dai balconi, o si legge, o si aspetta. Fino a stasera. Quando per davvero sono riuscito a vederti su quella strada. E mi è piaciuto guardarti camminare mentre spargevi un po' della mia vita in giro. Io non ne sento più il peso, stai tranquilla. Ma piace pensare di essere in tanti posti, anche se non posso muovermi da qui. Sono un uccello senza ali che ascolta tutto il giorno Silvia di Vasco Rossi. Che mentre scorre sul mio iPhone, tu continui a camminare. Potremmo darci la mano? No, daremmo nell'occhio. Due tipi così strani.


Dicevi sempre «Io e la poesia siamo due mondi lontanissimi». Ma non ti sei mai resa conto, che è proprio per le persone come te, che la poesia vive. Per gli altri esiste. Così, hai scritto su un foglio qualcosa e su un ponte sopra un fiume che non esiste me lo ha indossato.

Lo apro ogni sera, quando dal balcone guardo la vita scorrere all'indietro. E penso che ho il cuore pieno. È felicità di polvere. Quella che si calpesta. Ma che volete che sia, quando guardando ciò che mi hai scritto comprendo la tua fragilità. E mentre fumo un Dunhill scopro alla luce della luna il tuo segno sul foglio, ; .

Chissà se anche un simbolo è poesia. Ma non parliamone ora. Non oggi.

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