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Qualcosa è cambiato: «Joker» di Todd Phillips

Aggiornato il: mag 23



1981, Gotham City. Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è un uomo affetto da una patologia psichica che ne comporta l'esplosione in una risata convulsa e incontrollata quando è investito da emozioni troppo difficili da controllare. Arthur si occupa della madre malata (Frances Conroy), lavora per strada mascherato da clown e sogna di diventare un comico guardando tutte le sere il late show del famoso Murray Franklin (Robert De Niro). Sopraffatto dalle continue vessazioni e sofferenze del mondo che lo circonda, Arthur si trasformerà in Joker, uno dei più pericolosi criminali della storia di Gotham City.


Joaquin Phoenix

Sin dalla prima scena, Joker e il suo regista Todd Phillips dichiarano apertamente la poetica della pellicola: Phoenix, davanti allo specchio, solleva le labbra, mimando la risata disturbante che accompagnerà l'epica tragicomica della sua metamorfosi da Arthur Fleck nella nemesi di Batman.


Prendendo in prestito il titolo del famoso film con Jack Nicholson e Helen Hunt del '98, non si può che ripensarlo per questo Joker. Si, perché se Todd Phillips non ha inventato un genere, poco ci manca: "qualcosa è cambiato". L'autore di Una notte da leoni (Usa, 2009) ha innestato nel tessuto della finzione pezzi di realtà, con un'attenzione maniacale per il dettaglio; ha rivoluzionato una particolare intenzione narrativa, miscelando reale e irreale e rivelandone il lato comune da cui entrambe si dipanano; ha intuito come il dolore inflitto e non subito possa rivelarsi medicina di un'esistenza che non sembra "esserci", nella sua declinazione heideggeriana.

Phillips riesce anche dove forse avrebbe potuto inciampare, non lascia, infatti, che il film sia soltanto Phoenix, ma avvolge il personaggio con una padronanza della messa in scena sorprendente: dalla frenetiche sequenze in metropolitana alla ficcante colonna sonora, quasi onnipresente, a metaforizzare un incessante moto interiore, alla fotografia centrata su un contrasto cromatico puntualmente indigesto.


Joaquin Phoenix è gigantesco, smunto nel suo fisico quasi scheletrico, che però acquista una libertà di movimento inaspettata, sviluppata quasi in antitesi rispetto alla pesantezza di You were never ever really here (Lynne Ramsay, UK, 2017). Phoenix dosa il corpo, lo contorce, lo distorce, lo allunga e lo stringe, è consapevole e portatore di un dolore che nasce dalla pancia e si diffonde ovunque, fino a una risata che ha già fatto storia: la bocca ride, gli occhi si contorcono nell'intenzione del pianto. Frutto di una sceneggiatura che naviga a vista del film diretto da Scorsese e scritto da Paul D. Zimmerman The King of Comedy (Usa, 1983) con, guarda caso, proprio Robert De Niro nei panni di Rupert Pupkin: «Guardo tutto la mia vita e vedo cose terribili e allora la trasformo in qualcosa di divertente». Ma è il mondo a cambiare Arthur o Joker a farlo?


Come Phillips e Phoenix hanno dichiarato di aver scoperto giorno dopo giorno aspetti sempre nuovi del personaggio, Joker non è quasi sicuramente una pellicola da rivedere, quanto da ripensare. La sua grandezza - al di là dell'indiscutibile bellezza cinematografica - è nell'essere quella che abusando di Eco potremmo chiamare "opera aperta": il film è un raro insieme di pulsioni che si sovrappongo, spingendo sempre più a fondo, domanda dopo domanda, ossia quello che accompagna Arthur a Joker, dall'essere ucciso dalla sofferenza a uccidere.


Il paragone con Arancia Meccanica è per certi versi forzato, ma per altri ineludibile. La battuta iconica di Joker «Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente, ma ora esisto e le persone cominciano a notarlo» non può che derivare, anche inconsapevolmente, da quel «Quando un uomo non può scegliere cessa di essere un uomo». Ma se Arancia Meccanica era visionario, Joker non lo è: il primo mostrava la realtà che sarebbe stata, il secondo una realtà talmente vicina da far ancora più paura: «siamo tutti clown».



Joker è tutto nell'etimologia greca di "metamorfosi": qualcosa che va "oltre la forma". Lo fa Phoenix incarnando e plasmando, lo fa Phillips, tra lo Scorsese di Taxi Driver e il capolavoro immortale di Kubrick, regalando una pellicola indigesta, brutale e drammaticamente umana nel suo sottotesto fittizio.


P.S. Anche se Kubrick non sarebbe d'accordo a causa dei sottotitoli, è obbligatoria la lingua originale.



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