• Possibilia

Qualcosa che (uno, due), qualcosa che conta


di Felice Monteleone


Va solo la cuffia sinistra. Il mondo si sbilancia a destra, il Corso cade. Faccio avanti e indietro due volte al mattino. Nelle vie illuminate e in quelle che puzzano. Ho freddo. Stringo il capotto dentro un abbraccio. Non basta. Stringere, per fermare, chi corre di lato. La professoressa delle medie diceva di aggiungere le virgole nelle frasi lunghe. Ma quelle lunghe diceva che era meglio non farle, non sei capace. Con voce ferma. Non so mai come rispondere quando mi chiedono di fare un’esempio.

È un giorno strano. Non ricordo la password dell’area riservata, non posso iscrivermi all’esame. L’ultimo. Gli anni sono briciole se li guardi da vicino. Continuano a chiedermi perché non saluto mai nessuno. Ho passato le mattine a vomitare barrette di cioccolato. Rispondono che devo smetterla di indicare con chi sono andato a letto. Fare l’amore fa male. Lo dice uno che fa le pizze. Per mio nonno ha ragione. Amare qualcuno che non conosci non può fare male. È la vecchia storia delle cose lontane, quelle in cui c’è l’odore della neve: il bianco è una metà. Gli uomini si toccano piano quando una mano è calda e l’altra è fredda. La tua dorme sotto il cuscino quando nella mia camera i termosifoni sono spenti. Le cose che contano vanno dette in due. Nello schermo del computer ci sono due biglietti a 15,99.


La panchina della stazione è umida. Piove. E basta. La musica è andata a sinistra. Uno, due. Al centro. Uno, due, a destra.

Là corriamo negli spigoli della nebbia. Centocinquanta. Centosessanta. Ci stringiamo. Questa strada la so a memoria. Non andiamo in tangenziale ovest. Veniamo da te. È un esercizio per scomparire. Credere. Balliamo agitando le mani e i piedi incollati al terreno. La birra costa tre euro. Un cornetto vuoto e uno alla crema. La mattina si può anche stare in silenzio, mentre la notte corriamo verso un passato in comune. Che è rimasto un po’ nel petto a sinistra. Prima di crescere. Lo ammetto: venerdì ho fatto finta di niente. È un esercizio anche questo. Dimenticare. Il lunedì indossi sempre la stessa felpa? Guardi ancora i cartoni prima di dormire? I tuoi progetti arrivano al mese successivo, non considerando la domenica non è così? In cosa mi hai trovato? Hai cambiato idea sulle carote cotte? Io dormo di meno, ma continuo a svegliarmi tardi. Cucino per sopravvivere e cerco di non pensare quando vedo le previsioni del tempo. Rido. Al telefono, quando non voglio parlare. La nebbia è più densa. L’Iphone si illumina perché se voglio dormire almeno otto ore è il caso che lo faccia. Torniamo a centosessanta. Braccia tese sul volante. Tengo il ritmo sul tappetino pulito. La marmellata alle mele cotogne brinda nel bagagliaio.


Al centro ci sono io. C’è un rumore che non so cosa vuol dire. Ci sono io con una giacca e tanti fili rossi che corro dietro a qualcosa. Ho perso la coincidenza. In quello spazio ho fatto una chiamata. E mi sono trovato a piangere davanti al reparto dei surgelati. Una signora anziana con gli occhi ucraini mi ha dato un fazzoletto. Non serviva. Le mani erano le stesse di quando era bambina. Il supermercato sa di inchiostro, di lampadine al neon e di nostalgia, la stessa che a diciassette anni fotte il tempo. Quattro anni dopo c’è chi scopa per sbaglio. Eccomi.


Di là siamo nudi e per terra. Mi colori le spalle e non dico niente. Chissà dove arriva una frase che ci contiene entrambi. Chissà chi non mi parla più. Dove.

Non voglio esagerare. Vado piano. Tu acceleri. Non è un gioco. Spingersi, in un overdose di cioè. Uno, due, puf.

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