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Quanto hai male da 1 a 10? «Non morire» di Anne Boyer



La storia di Anne Boyer - poetessa, saggistica e Premio Pulitzer 2020 per la non fiction con Non morire - è quella di una donna americana, madre single, insegnante, alla quale è diagnostico un cancro al seno. Non morire è il memoir della sua personale lotta contro la malattia, ma non solo, è un racconto necessario, furioso, che guarda con circospezione la "letteratura della malattia". È la storia di una donna dei giorni nostri, delle cause farmaceutiche attente al profitto, delle diagnosi su internet, dei medici che falsificano i risultati delle proprie cure, del twelve-week family and medical leave act che non tutela una madre single con il cancro.


Il racconto di Anne Boyer è l'immagine del corpo e, in questo senso, è la storia di ognuno di noi. La malattia è una degenerazione, ma la storia della malattia e la storia del corpo non possono che coincidere: «La storia della malattia non è la storia della medicina - è la storia del mondo - e la storia di avere un corpo potrebbe benissimo essere la storia di ciò che è stato fatto alla maggior parte di noi nell'interesse di pochi». Non morire non è una storia universale, è bensì universale nella ricerca di un nome; è un memoir il cui cuore non sono le domande che pone, ma le persone a cui sono poste. Anne Boyer non ha nascosto la paura con la rabbia, ma l'ha usata come risorsa per costruire un linguaggio di urgenza e necessità: «preferirei non scrive nulla piuttosto che far propaganda del mondo così come è».



Non morire è un diario di viaggio, lo stesso che l'autrice schernisce per l'intera durata del racconto. Non è un viaggio, ma le istruzioni per l'uso di un viaggio, che non può servire a nessuno se non a chi scrive; è un libro "egoista": una delle difficoltà più grandi di chi ha il cancro. Il racconto di Anne Boyer si trasforma, quindi, in una lista di controindicazioni e riflessioni che non sono retroattive nella loro efficacia, ma vanno accentate a posteriori; ecco, forse, il senso di «Ogni persona con un corpo dovrebbe ricevere, al momento della nascita, una guida per morire».


È un libro urgente, necessario, perché infila un tema lancinante, la più drammatica conseguenza del cancro e dell'essere vivi: la perdita, psicologica e fisiologica. Il passo «come se la perdita fosse, nell'essenza umana, ciò che finire ci rende reali» è, forse, l'istantanea da rubare di questo memoir. Anne Boyer dimostra la medesima qualità di Karl Ove in Min Kamp: tutto accade mentre l'autrice scrive, la vita, rimasta sospesa, non rinasce, riavvicina i suoi pezzi.

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