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Questi giorni


Addii, di Umberto Boccioni

Credo di averli già visti questi giorni. Prendono la bici fuori da scuola e corrono per pranzare con lei. Non sorride ma ascolta. Attorno è sempre tutto bianco. Il cibo è disinfettante e io non servo a niente. Le dico che se vuole non torno più ma lei dice di non farlo. Rincorrere a volte è la cosa giusta. Ho comprato una versione di scacchi portatile. Non vuole giocare. Mi stendo nel letto a fianco. Spero che i soldi bastino per pagare la stanza. Papà dice di non preoccuparsi, ma non so dove sia. Ho imparato con lui a giocare a scacchi, anche se per fare una mossa impiega moltissimo tempo. Io e mia madre siamo diversi, vogliamo la fine delle cose, il prima possibile. Voglio mordere, giocare distinto. L’unica finestra della stanza è grandissima, ma non si può aprire. Non posso stare troppo perché devo andare a prendere mia sorella alle tre.


Questi giorni li conoscono perché sono bianchi come quella stanza. Il sonno c’era senza arrivare. Avrei voluto rimanere a dormire con lei ma lei non voleva. Restava la nonna coi capelli biondi. L’infermiera chiudeva un occhio. Anche mia nonna ha fatto l’infermiera. Ha fatto un sacco di cose: la badante, la domestica, la commessa, la parrucchiera, l’operaia. Poi ha portato mia madre lontano da dove era cresciuta. Mio padre invece se n’è andato a causa dei genitori del nonno. La nonna coi capelli scuri non gli piaceva e allora il nonno ha detto che sarebbe partito. Ho sempre scritto veloce per non far vedere che il braccio destro trema come trema a lui.


Li ho conosciuti fuori dall’ascensore colorato con l’argento o l’acciaio. Non sono bravo in queste cose. Ma ho provato a guardare lo stesso per mostrare a mia sorella come si fa quando si diventa grandi. Poi la sera restavo con lei e la carrozzella con lo schienale blu. È un colore che mi piace ma quello era brutto. Piangevo nella doccia perché l’acqua contro altra acqua non fa male. Parlavo come un bambino. Per un po’ mi sono perso nella polvere e ho letto tantissimo per salvarla da qualcosa che non riuscivo a capire. Con il tempo le cose sono cambiante e ho dimenticato come essere un bambino che aspetta seduto a tavola il pranzo.


Questi giorni sono li stessi in cui non potevo toccarla. Mi sedevo in fondo alla stanza e guardavo chi entrava. A scuola la prof. di arte ci preparava per quando saremo andati a Milano. Mia madre diceva di tornare a nuotare in piscina e uscire con gli amici ma a me del tempo non interessava perché avevo capito come farlo tornare indietro. Ho cenato dai nonni per un anno. Guardavamo il TG su Rai1 e poi mi nascondevo sotto le coperte per tracciare i Boeing quadrimotore in giro per il mondo. Perché gli aeroporti più grandi hanno anche sette piste, tutte orientate in base al polo magnetico. Per atterrare il pilota sceglie quella che è controvento. Non ho i suoi occhi, non ho il suo naso e ai giochi di società ho imbrogliato anche quei giorni, per essere altrove e vincere e poi asciugare le lenzuola che sanno di piscio.

Ho imparato a toccarla di nuovo prima dell’estate e la sua pelle era ancora salata e ho trovato il tempo incastrato dentro.

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